Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
«Dai troietta, mentre faccio colazione sali sul tavolo e offrimelo. Mettiti a 90 e fammelo vedere, fammi venire voglia di fottertelo». Le parole del Padrone caddero nella stanza con la freddezza di un comando militare, ma per I risuonarono come un invito celestiale. Senza esitare, salì sulla superficie liscia del tavolo, muovendosi con una grazia servile che solo quarantotto ore prima avrebbe giudicato impossibile. La sua nudità era totale, interrotta solo dalla morsa d’acciaio della gabbietta che comprimeva il suo sesso e dal plug che abitava il suo retto, un monito costante della sua nuova identità. Dimenava il bacino a pochi centimetri dal volto dell’uomo, offrendo alla sua vista l’arrossamento delle natiche e la tensione di un corpo che non apparteneva più a se stesso. In quel momento, mentre l’aroma del caffè si mischiava all’odore acre del suo stesso sudore, I si chiese come fosse stato possibile un ribaltamento così radicale. Eppure, la risposta era scritta nella sua stessa carne: desiderava essere usato, smontato e ricomposto secondo il volere di colui che sedeva di fronte a lui.
Il Padrone, con un gesto esperto, gli sfilò il plug e glielo porse. Non era un invito, era un ordine muto. I lo prese in bocca, assaporando il gusto ferroso e l’odore della propria intimità, mentre sentiva le dita del vicino penetrare il suo ano irritato. Il massaggio era rude, volto a saggiare l’elasticità dei tessuti più che a procurare piacere. La tazzina di caffè venne appoggiata sul tavolo con un clic secco, e subito dopo I si sentì afferrare per i testicoli e trascinare verso il bordo. Il Padrone ci sputò sopra due volte, una lubrificazione primordiale e umiliante, prima di forzare l’ingresso con due, poi tre dita, allargando le pareti dell’intestino con una determinazione che mozzava il fiato allo schiavo.
«Vai a metterti a 90 sul letto troia, tra due minuti vengo a scoparti». I non se lo fece ripetere. Corse nella camera da letto, posizionandosi con le mani affondate nel materasso e il bacino sollevato, curandosi che la prima visione del Padrone varcando la soglia fosse il cratere pulsante del suo ano. Quando il vicino arrivò, non perse tempo in preliminari. Un velo di lubrificante, una spinta decisa, e il mondo di I si restrinse al dolore lancinante della penetrazione. Non fu una scopata lunga, ma ebbe la violenza di un marchio a fuoco. Il Padrone voleva che ogni spinta fosse una lezione: non cercava una compagna di giochi, ma uno strumento, un pezzo di biologia da piegare ai propri capricci. I mordeva le lenzuola, le lacrime agli occhi, sentendosi spaccare in due, ma l’eccitazione che ne derivava era una fiammata inarrestabile. La degradazione era il suo unico ossigeno.
«Mmm… troietta, che culetto caldo e accogliente che hai», mormorò il Padrone riprendendo fiato, «ma capisco che tu abbia bisogno di più. Seguimi nella stanza dei giochi per la mungitura». I ubbidì, muovendosi a quattro zampe lungo il corridoio, sentendo il calore dello sperma altrui che tentava di colare lungo le cosce. Una volta nel santuario insonorizzato, venne fatto salire su un tavolo basso e bloccato con cinghie di cuoio alle caviglie e ai polsi. Finalmente, la gabbietta venne aperta. Il suo sesso si erse libero, dolente per la lunga costrizione, con la cappella già lucida di un desiderio prepotente.
«Ora prepariamo la raccolta del latte», sentenziò il Padrone scomparendo alle sue spalle. Il rumore metallico di un carrello annunciò l’arrivo della macchina. I sentì le chiappe allargarsi di nuovo e un fallo meccanico penetrarlo con una precisione robotica. Non appena fu inserito, l’apparecchio prese vita, iniziando a stantuffare con un ritmo variabile e spietato. Il Padrone si sedette su una panchetta laterale e iniziò a mungere l’asta di I con una mano ferma, mentre il suo interno veniva devastato dalla funzione “random” della macchina. Era un assalto totale: il piacere elettrico della mungitura si scontrava con la violenza meccanica della penetrazione, portando I a venire ripetutamente. Ogni fiotto di sperma finiva nel barattolino di vetro posizionato strategicamente tra le sue gambe. Quando quella sessione ebbe fine, I era un guscio svuotato. Sapeva che, se la sera sua moglie avesse reclamato il suo dovere coniugale, avrebbe trovato solo un uomo privo di linfa, con le palle prosciugate e il cuore ancora prigioniero della stanza accanto. Ma in quel momento, immerso nel silenzio del post-orgasmo, non gli importava nulla: era solo lo schiavo del suo vicino, e il resto del mondo era solo un rumore di fondo privo di significato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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