Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La prima notte sul pavimento, ai piedi del letto del Padrone, era stata un’immersione nel silenzio umido della sottomissione. I si era risvegliato con le membra intorpidite, prigioniero della gabbietta che gli comprimeva il sesso e del plug che aveva abitato il suo corpo per tutta la notte. Il vestito da cameriera, ormai sgualcito, era il sudario della sua vecchia dignità. Il “Buongiorno schiavo” del Vicino non era un saluto, ma un richiamo all’ordine, il segnale che la tregua del sonno era terminata.
Il Padrone stabilì immediatamente la nuova liturgia del mattino: I non avrebbe più atteso il risveglio, ma lo avrebbe preceduto. Avrebbe dovuto farsi trovare pronto, officiare il rito della colazione e poi scivolare tra le lenzuola per risvegliare la virilità del suo signore con la bocca. Salire sul letto in quelle condizioni, con la consapevolezza di essere una “troietta” da addestramento, accese in lui un’eccitazione che la gabbietta rendeva quasi dolorosa. Il pompino che seguì fu una prova di resistenza: la gola forzata dalla cappella del Padrone, il respiro mozzo e il riflesso del vomito ricacciato indietro per puro spirito di ubbidienza. Quando lo sperma invase la sua bocca, I lo accolse come un’eucaristia, offrendo la lingua carica di quel fluido amaro prima di ripulire ogni traccia con devozione.
Il passaggio in bagno segnò l’inizio di una nuova frontiera dell’abiezione. Inginocchiato nel box doccia, nudo e vulnerabile, I vide il Padrone prepararsi per un rito che non aveva ancora sperimentato. Il “pissing” del mattino, denso e aspro, lo colpì in pieno volto, inondandogli la bocca e scivolando caldo lungo il petto e le cosce. Il sapore amaro e pungente del liquido fu uno shock sensoriale che lo costrinse a deglutire involontariamente. La lezione del Padrone fu secca: «Abituati a non sputare più». Sotto il getto dell’acqua ghiacciata che seguì, I sentì la propria identità civile scorrere via nello scarico insieme all’urina, lasciando spazio solo alla sua funzione di contenitore di scarti.
La colazione fu consumata in un clima di tensione elettrica. Il Padrone, rinvigorito, delineò il programma per le ultime ore di quel weekend di sconsacrazione. L’imminente ritorno della moglie di I non era visto come una fine, ma come un ostacolo da neutralizzare. Il progetto era spietato: svuotare I di ogni residuo di energia e di seme, riducendo i suoi testicoli a “due noccioline” secche, affinché l’intimità del talamo coniugale risultasse, quella sera, un esercizio vuoto e fastidioso. Il Padrone voleva che, nel momento in cui I avesse riabbracciato la consorte, il suo corpo reclamasse ancora, nel profondo delle viscere, la presenza del suo vero proprietario.
L’ora che seguì fu una maratona di possesso anale. Il Padrone lo “sfondò” con una foga alimentata dalla gelosia possessiva, reclamando ogni centimetro di quel territorio che da lì a poco sarebbe tornato formalmente libero. I, piegato e vibrante, percepiva ogni spinta come un marchio indelebile. La mungitura finale, una sessione di stimolazione estenuante volta a drenare l’ultima goccia di sperma, lo lasciò prostrato, svuotato non solo fisicamente ma anche spiritualmente.
Prima del commiato, arrivò la codifica definitiva. «Non puoi fare lo schiavo solo quando lo vuoi tu». Il Padrone stabilì le regole per la loro futura “relazione” di vicinato: segnali invisibili sul pianerottolo, compiti da svolgere tra le mura domestiche sotto la minaccia di punizioni retroattive, e la certezza che quella porta accanto non sarebbe mai più stata solo la casa di un vicino, ma l’ingresso di un santuario dove la sua anima di cagna sarebbe stata evocata a comando. I annuì, con le gambe tremanti e lo sguardo basso, consapevole che il ritorno alla normalità con sua moglie sarebbe stato solo una recita, un intervallo tra una sessione e l’altra nel regno del suo Padrone.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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