Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
I dieci giorni di clausura domestica sono stati un esercizio di alienazione totale. Nudo, privato del mio sesso dalla gabbietta sempre chiusa, ho imparato che essere uno schiavo significa sparire nell’efficienza. Ho stirato camicie fino a vederle come armature di un mondo a cui non appartengo più; ho cucinato piatti che non avrei assaggiato, nutrendo il Padrone come un’estensione meccanica della sua cucina. “Un bravo schiavo non è solo un culo da fottere”: questa frase è diventata il mio mantra mentre lucidavo vetri e pavimenti, cercando la perfezione per evitare il vuoto della mia condizione.
Ma l’esame di “Pissing” ha riportato tutto sul piano della carne più cruda. Il tabù della pipì è l’ultimo baluardo della dignità civile, e Master Key ha deciso di raderlo al suolo in cinque lezioni.
Nella vasca da bagno, con le gambe all’aria, ho dovuto forzare la mia stessa natura. Il Padrone che indirizza il mio getto sulla mia faccia è stato il battesimo. Sentire il calore della propria urina che bagna le labbra è un’esperienza che resetta il cervello; non è più uno scarto, è un marchio.
Il secondo giorno, la tortura si è fatta tecnica. Appeso per i piedi alla carrucola, con il sangue che mi martellava nelle tempie e il cazzo nastrato alla pancia, ero una trappola per me stesso. Il morso che mi teneva la bocca spalancata ha trasformato il mio viso in un imbuto. La bava scendeva, mescolandosi al sudore, finché le cinghiate improvvise sul culo non hanno rotto gli argini della mia vescica.
È stato un momento di panico puro. Il piscio caldo che mi colava negli occhi, nel naso, e poi giù, dritto nella gola spalancata. Quel sapore acre, metallico, che non potevo sputare né ingoiare del tutto a causa della posizione. Ho sentito l’odore forte della mia stessa produzione invadermi i polmoni, un senso di soffocamento che Master Key ha interrotto solo quando il mio corpo ha iniziato a sussultare per i conati.
Atterrare nudo nella pozza della mia stessa urina e bava è stato il fondo del barile. Ma il Padrone non mi ha concesso la fuga della doccia, non subito. «Ti conviene abituarti al sapore con la tua, perché domani non sarà più così semplice. Pulisci. Con la lingua».
Non ho esitato. Mi sono trasformato in un animale da cortile, leccando il pavimento marmoreo, sentendo il gusto del piscio mescolato alla polvere e al freddo della pietra. Ogni colpo di lingua era un’accettazione: la mia dignità è stata bevuta e digerita.
Dopo la doccia, quando pensavo che la giornata fosse finita, è arrivato il “ripassino”. Mettersi a quattro zampe è ormai un riflesso condizionato. Sentire il suo dito scivolare dentro con estrema facilità, senza alcuna resistenza da parte del mio ano ormai addestrato, mi ha ricordato che, nonostante le lezioni di economia domestica e di pissing, la mia funzione primaria resta quella: essere un orifizio a disposizione del suo piacere e della sua curiosità scientifica.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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