Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La dipendenza è un parassita che si nutre di ogni mio pensiero. La foto del mattino è diventata il mio primo respiro: nudo, in ginocchio, ossessionato dall’angolo perfetto della schiena per compiacere l’occhio di Master Key. I clisteri pre-appuntamento sono stati un rito di purificazione silenziosa; volevo essere vuoto, pronto a farmi riempire dai suoi progetti.
Varcata la soglia, il cerimoniale si indurisce. Niente divano, niente chiacchiere. Il tavolo modificato mi accoglie a novanta gradi, le membra tese verso i quattro angoli del legno. Sento il peso da duecentocinquanta grammi che tira le mie palle verso il pavimento; una gravità costante, sopportabile ma inesorabile, che mi ricorda la mia condizione di carne a disposizione.
Master Key siede vicino alla mia testa, un sacchetto di raso nero tra le mani. Il suo tono è quello di un accademico che illustra un sillabo universitario, ma le sue parole sono catene. «D’ora in poi, il tuo nome è S. Sei il successore di R. Sei un apprendista, e il mio compito è renderti un bene di lusso per chi saprà acquistarti».
L’idea di essere “formato” per poi essere ceduto mi provoca un brivido che non so se sia terrore o eccitazione suprema. Tira fuori gli strumenti della mia nuova vita: i plug per il controllo quotidiano, la maschera di latex che mi cancellerà i connotati trasformandomi in un attore anonimo per il suo sito e per il suo “dossier di vendita”. Infine, la cintura di castità. Il freddo dell’acciaio che si chiude intorno al mio sesso è il clic definitivo: la mia libido non mi appartiene più. È un’energia sequestrata, che lui libererà solo sotto pagamento di dolore o ubbidienza.
Il braccialetto con il ciondolo a forma di cane rosso è il mio marchio temporaneo. La promessa dell’oro è la carota davanti al muso dell’animale.
Prima di iniziare, un secondo peso viene aggiunto alle mie palle. La trazione diventa un dolore sordo che mi incendia l’inguine. Poi, la maschera. I buchi degli occhi sono chiusi: il mondo scompare, lasciando spazio solo al tatto e all’udito. Sono un buco nero circondato da pelle di lattice.
Sento l’olio, sento le sue dita che iniziano l’opera di espansione. Senza la vista, ogni centimetro guadagnato dalla sua mano dentro di me è un’invasione psichica. Lo stantuffare ritmico del suo pugno nel mio ano è l’unica realtà rimasta. Non mi fa venire. Mi lascia in uno stato di tensione insostenibile, un motore che gira a vuoto, prima di chiudere il mio cazzo nella gabbietta e ordinarmi di rivestirmi.
Torno a casa con la busta stretta tra le mani, sentendo il plug grosso che preme contro le pareti interne. Apro il calendario. È tutto lì: le dieci lezioni, i clisteri obbligatori, le ore di porto dei plug. Sabato usciremo insieme. Non so se come uomo o come accessorio, ma il pensiero di camminare al suo fianco in pubblico, con il corpo marchiato dai suoi strumenti, mi fa tremare.
Guardo il braccialetto rosso al polso. “S” sta imparando. “S” sta scomparendo nel suo ruolo. E la cosa più spaventosa è che non vedo l’ora che arrivi sabato per scoprire quale nuovo livello di umiliazione mi attende sotto il cielo di Milano.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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