Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Quando il portellone finalmente si apre, l’aria che mi investe è gelida, rarefatta. Siamo in una tenuta isolata, circondata da abeti neri che sembrano artigliare il cielo stellato. Il Dottore mi aggancia il guinzaglio e mi tira fuori con un colpo secco.
«Benvenuto a casa, S. Qui non sei un uomo, non sei un ospite. Sei l’Ingranaggio».
La villa è un tempio di minimalismo e marmo. Mi conduce in una stanza sotterranea, riscaldata alla perfezione, dove l’odore di ozono e olio lubrificante satura l’aria. Al centro, una struttura che fa sembrare i mobili di Master Key dei giocattoli per bambini: un telaio motorizzato, collegato a una serie di schermi e sensori.
«Master Key ti ha dato la forma. Io ti darò la funzione», sussurra il Dottore mentre mi ordina di salire sulla macchina.
Vengo bloccato in una posizione quasi fetale, ma con il bacino esposto e sollevato. I miei polsi e le mie caviglie sono serrati in morsetti idraulici che non lasciano un millimetro di gioco. Davanti al mio viso, uno schermo trasmette in loop le mie sessioni con Master Key: il mio ano che si spalanca, la mia bocca piena di sborra, i miei pianti sotto la cinghia. È la mia storia clinica, il manuale d’istruzioni della mia utilità.
Il Dottore si spoglia con una lentezza cerimoniale. Resta nudo, rivelando un corpo atletico, curato, marmoreo. Si avvicina al quadro comandi della struttura e aziona un pistone pneumatico che porta un enorme fallo di vetro, riscaldato internamente, esattamente contro il mio sfintere.
«Questa macchina lavorerà su di te per tutta la notte, S. Manterrà la tua dilatazione al livello che io esigo. Io mi limiterò a osservare, a correggere, a godere della tua resa».
Sento il vetro entrare. Non è come la carne o il silicone; è duro, inesorabile, caldissimo. Mentre il pistone inizia il suo movimento ritmico, lento e profondo, il Dottore si siede su una poltrona di pelle davanti a me, sorseggiando un brandy. Mi guarda soffrire, mi guarda lacrimare nel silenzio della stanza insonorizzata.
«Domattina, alle sei, verrai slegato. Pulirai questa stanza, preparerai la colazione e servirai i miei ospiti durante il meeting. Sarai vestito con una livrea che lascia il tuo retro completamente scoperto. Chiunque siederà alla mia tavola saprà che può usarti tra una portata e l’altra».
Le ore passano in una nebbia di dolore e piacere distorto. La macchina non si ferma mai. La mia mente, finalmente, si spezza del tutto. Non cerco più di resistere, non cerco più di capire. Accetto il vetro, accetto il ritmo, accetto l’idea che domani sarò il vassoio umano di un gruppo di sconosciuti.
Verso l’alba, il Dottore si alza. Si avvicina alla macchina, la ferma e sfila il vetro con un suono umido che risuona come un applauso nel silenzio. Mi guarda, accarezzando la placca d’oro col mio nome.
«Sei perfetto, S. Master Key non mentiva. Sei il vuoto che cercavo».
Mi slega e mi lascia cadere ai suoi piedi. Sono sfinito, dilatato, svuotato di ogni residuo d’anima. Mi trascino verso le sue gambe e gli bacio le ginocchia. Non c’è più tristezza, non c’è più ansia, non c’è più il passato di Milano o il Natale coi parenti.
C’è solo il Dottore. C’è solo il servizio. C’è solo S.
Mi alzo a quattro zampe e mi dirigo verso la cucina, sentendo l’aria fresca che entra dentro di me, nel mio corpo ormai permanentemente aperto. La mia vita è finita. La mia eternità è appena iniziata.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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