Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La notte passò come un unico, lunghissimo battito cardiaco. Appeso alla croce di Sant’Andrea, nel buio totale dello chalet, ogni centimetro della mia pelle pulsava. La crema urticante aveva smesso di bruciare come fiamme libere, lasciando il posto a una sensibilità elettrica, quasi dolorosa: anche lo spostamento d’aria causato dal mio stesso respiro mi faceva sussultare. Ero una corda di violino tesa fino al punto di rottura.
Alle sette del mattino, sentii i passi pesanti di Master Key. Accese la luce senza preavviso, accecandomi. Non disse una parola. Si limitò a osservarmi, girandomi intorno con una tazzina di caffè in mano. Ispezionò i rossori sulla mia schiena, la dilatazione del mio ano che, dopo settimane di addestramento, restava parzialmente schiuso anche a riposo, e lo stato della mia gabbietta, sporca di umori secchi.
«Oggi è il grande giorno, S. Sei il mio miglior lavoro degli ultimi anni. Non farmi sfigurare».
Mi slegò. Le mie gambe cedettero immediatamente e caddi in un groviglio di membra intorpidite sul pavimento. Non mi aiutò a rialzarmi. Mi indicò il bagno. «L’ultimo clistere. Voglio che tu sia vuoto come una canna di bambù. Poi, la vestizione».
Dopo essermi svuotato per l’ennesima volta, mi trovai davanti a lui nel corridoio. Master Key teneva in mano una valigetta di pelle nera. Ne estrasse un completo che non avevo mai visto: un finimento integrale in cuoio nero, sottile ma resistentissimo, che mi fasciava il torace, passava tra le gambe sollevando i testicoli e si chiudeva con un collare alto, rigido, che mi costringeva a tenere il mento sollevato. Al centro del collare, una placca d’oro lucido. Non c’era scritto “Cagna” o “Schiavo”. C’era solo una lettera incisa profondamente: S.
«Questo è il tuo nuovo piumaggio. Il tuo nuovo Padrone ha pagato una fortuna per averti così».
Alle dieci in punto, il suono di un’auto sulla ghiaia fece vibrare il mio stomaco. Il Padrone mi ordinò di mettermi in ginocchio nell’ingresso, la schiena dritta, le mani intrecciate dietro la nuca. La porta si aprì e un uomo sulla cinquantina, elegante, con un cappotto di cammello e uno sguardo che sprizzava un’autorità gelida e aristocratica, entrò nella stanza.
Master Key gli andò incontro con un cenno di rispetto. «Dottore, ben arrivato. Ecco a lei il Successore. È stato forgiato secondo le sue specifiche».
L’uomo, che Master Key chiamava Dottore, si avvicinò a me. Non mi guardò in faccia. Iniziò a girarmi intorno, esattamente come faceva Master Key, ma con una freddezza ancora più marcata. Gli sfilò un guanto di pelle e passò l’indice lungo la mia spina dorsale, scendendo fino a premere con forza tra le mie natiche. Sentii il suo dito forzare l’ingresso con una facilità che lo fece sorridere.
«L’elasticità è eccellente, Key. E la gola?».
Master Key mi fece un cenno. Mi prostrai ai piedi del Dottore, aprendo la bocca e tirando fuori la lingua come mi era stato insegnato durante la maratona dei sedici cazzi. Il Dottore mi prese il mento, ispezionando il mio palato e la dentatura con la noncuranza di chi controlla lo stato di un motore. Poi, senza preavviso, si sbottonò i pantaloni.
Il suo cazzo era imponente, scuro, venoso. Mi ordinò di prenderlo, ma non con la dolcezza di un amante. Voleva vedere la tecnica. Usai tutto quello che Master Key mi aveva insegnato: la suzione profonda, il gioco di lingua sull’uretra, il massaggio ritmico delle palle. Il Dottore emise un suono di approvazione profonda, premendomi la testa contro il bacino finché non sentii i conati risalire.
«Notevole. È davvero una macchina perfetta».
Si ricompose e consegnò a Master Key una busta pesante. Poi, si rivolse a me. Per la prima volta, mi guardò negli occhi. «Da questo momento, S, la tua vita a Milano è finita. Verrai con me nella mia tenuta in Svizzera. Lì non ci sono orari, non ci sono ferie, non c’è un “fuori”. Sarai il mio cameriere muto di giorno e il mio sfogo totale di notte. Se servirai bene, vivrai nel lusso della tua catena. Se fallirai… beh, Master Key mi ha assicurato che la tua capacità di sopportare il dolore è molto alta».
Mi agganciò un guinzaglio d’acciaio al collare d’oro. Sentii lo strattone secco che mi intimava di alzarmi. Salutai con un ultimo sguardo Master Key, che mi guardava con la soddisfazione dell’artigiano che vede la sua opera prendere il volo.
Uscimmo nel freddo delle Dolomiti. L’auto nera mi aspettava. Mentre salivo nel bagagliaio appositamente modificato, capii che il mio apprendistato era terminato. Ero stato venduto, spedito e accettato. Il viaggio verso la Svizzera era l’inizio della mia eternità come S.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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