Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il martedì sera portò con sé una pioggia sottile, una cortina d’acqua che picchiettava ritmicamente contro le ampie vetrate dell’attico di Fabio, creando un senso di isolamento ancora più profondo. La casa, un tempo vanto della sua posizione sociale, era diventata un museo del vuoto. Fabio sedeva sul pavimento di resina del salotto, schiena dritta, le mani appoggiate sulle cosce in una postura di attesa che Silvio gli aveva imposto via messaggio subito dopo il lavoro. Non aveva cenato. Non aveva acceso la televisione. Non aveva nemmeno aperto un libro. La sua unica occupazione era l’ascolto del proprio respiro e la percezione del collare di cuoio che, dopo giorni di porto ininterrotto, era diventato quasi parte della sua anatomia, una seconda pelle più sincera della prima.
Il telefono vibrò sul pavimento, producendo un ronzio che riverberò nel silenzio tombale della stanza. Fabio scattò, i riflessi condizionati come quelli di un cane da caccia al suono del fischietto.
“Sei a casa, vero? Sei nudo? Voglio che tu sia esattamente come ti ho lasciato l’ultima volta: spogliato di ogni pretesa, ridotto alla tua essenza di carne ubbidiente. Stasera voglio vedere quanto sei disposto a scendere in basso per compiacermi. Voglio che tu rinunci alla tua postura eretta. Voglio che tu passi la serata a quattro zampe. Muoviti per casa solo così. Se devi bere, fallo da una ciotola sul pavimento. Se devi riposare, fallo sul tappeto ai piedi del tuo letto, non sopra. Dimostrami che hai capito qual è il tuo vero posto nella gerarchia del mio mondo.”
Fabio sentì una fitta di vergogna così intensa da fargli mancare il fiato, ma quasi istantaneamente quella vergogna fu sommersa da un’ondata di calore erotico e sottomesso. L’idea di rinunciare alla postura eretta, il simbolo stesso dell’evoluzione umana e della dignità virile, lo terrorizzava e lo eccitava oltre ogni misura. Si mise carponi, sentendo la durezza del pavimento contro le ginocchia e i palmi delle mani. In quella posizione, la prospettiva della sua casa cambiò drasticamente. I mobili di design apparivano improvvisamente giganteschi, distanti, appartenenti a un mondo di giganti a cui lui non apparteneva più.
“Sì, Padrone. Sono a terra. Mi sento piccolo, mi sento tuo. Sto andando in cucina come hai ordinato,” scrisse, faticando a digitare con una sola mano mentre l’altra sosteneva il peso del corpo.
Sentiva la vulnerabilità della schiena esposta, il senso di ridicolo di un uomo di quarant’anni, colto e raffinato, che strisciava sul pavimento della propria dimora da milioni di euro. Silvio esigeva prove video di ogni fase. Fabio dovette posizionare il telefono a terra e riprendersi mentre, con estrema fatica e imbarazzo, cercava di bere l’acqua da un piatto fondo di porcellana pregiata appoggiato sulle piastrelle, senza usare le mani. Il rumore dei suoi sorsi, il viso bagnato, la sensazione dell’acqua che gli colava sul petto nudo: tutto concorreva a distruggere l’ultimo residuo di ego che ancora resisteva in un angolo remoto della sua mente.
“Brava la mia cagna,” commentò Silvio pochi minuti dopo aver ricevuto il video. “Vedi come è facile toglierti la civiltà di dosso? Basta un ordine, e torni a essere l’animale che sei sempre stato sotto la maschera. Ora voglio che tu vada nel gruppo dei camionisti. Voglio che pubblichi quel video lì. Voglio che quegli uomini vedano come il ‘Dottor Fabio’ beve l’acqua come un cane. Voglio che sentano il potere di poterti chiamare con i nomi che meriti.”
Caricare quel video sul gruppo pubblico fu come gettarsi nudo in una fossa di lupi affamati. Fabio guardava la barra di caricamento con gli occhi lucidi. Quando apparve la scritta “Inviato”, il mondo sembrò fermarsi. Poi, le notifiche esplosero. Centinaia di messaggi, insulti crudi, risate virtuali, commenti sulla sua dignità perduta.
“Guardatelo! Beve come un bastardo!” “Ti metterei la museruola, signorino, e ti porterei a spasso per l’autogrill.” “Scommetto che domani in ufficio camminerai ancora a quattro zampe.”
Fabio leggeva tutto, rannicchiato sul tappeto del salotto, con il mento appoggiato sulle mani. Sentiva una strana, perversa forma di appartenenza. Quegli uomini lo stavano “educando” insieme a Silvio. Lo stavano spogliando di ogni pretesa di superiorità sociale. In quel momento, era solo un corpo che ubbidiva, una bestia domestica che riceveva attenzioni sotto forma di insulti.
“Ti piace essere la loro attrazione, Fabio? Ti piace sapere che ora, in questo momento, decine di uomini rudi stanno ridendo della tua sottomissione?” chiese Silvio, pungolandolo come un domatore con la frusta elettrica. “Sì, Padrone… mi sento svuotato. Mi sento nelle tue mani. Mi sento felice di non essere più l’uomo che ero.”
La serata proseguì in un crescendo di ordini “domestici”. Fabio dovette pulire il pavimento della cucina usando solo piccoli pezzi di stoffa tenuti tra i denti, muovendosi sempre a quattro zampe sotto lo sguardo invisibile ma onnipresente di Silvio. Ogni muscolo del suo corpo urlava per la fatica di quella posizione innaturale, ma il dolore fisico era l’unico modo per mettere a tacere le ultime grida della sua coscienza morale. Il collare di cuoio gli ricordava, a ogni movimento della testa, che apparteneva a un altro.
Verso mezzanotte, Silvio gli concesse di riposare. “Ora vai in camera da letto. Ma non salire sul materasso. Dormi sul pavimento, di fianco al letto, sulla nuda resina. Voglio che domani ti svegli con le ossa rotte e la mente lucida. Voglio che il dolore del corpo ti ricordi, fin dal primo secondo, chi sei veramente.”
Fabio si trascinò in camera. Si distese sul pavimento freddo, sentendo la durezza della superficie contro le costole e le anche. Non aveva cuscino, non aveva coperte. Guardava il soffitto alto dell’attico, le luci della città che filtravano dalle tende socchiuse, e si sentì immensamente piccolo, una briciola di umanità dispersa nel dominio assoluto di Silvio. Il passaggio dal vertice della scala sociale al grado zero dell’umanità era completo. Non c’era più nulla da difendere, nulla da nascondere. Era nudo, marchiato, stanco e totalmente ubbidiente.
Mentre chiudeva gli occhi, l’ultimo pensiero fu per la riunione dell’indomani mattina. Immaginò sé stesso seduto a quel tavolo di cristallo, con il collare sotto la camicia e i segni delle ginocchia sbucciate sotto i pantaloni. Quella dualità lo faceva vibrare di un’eccitazione quasi dolorosa. Fabio non sognava più la libertà; sognava solo la prossima notifica, il prossimo insulto, il prossimo modo per cessare di esistere come individuo e risorgere come schiavo del Padrone.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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