Obbedienza

Racconto

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Stai leggendo il racconto "Obbedienza", capitolo 7 di 12 della serie "Obbedienza".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il sabato mattina una densa nebbia grigia avvolgeva i contorni della città, rendendo ogni edificio un’ombra spettrale e ogni rumore un eco soffocato. Fabio non aveva dormito. Aveva passato la notte seduto su una sedia di design nel suo salotto perfetto, con il collare di cuoio che gli ricordava la sua condizione a ogni respiro profondo. Il pacco arrivato il giorno prima era stato solo l’antipasto; ora la portata principale era il viaggio verso la casa isolata che Silvio aveva scelto come teatro per il loro primo incontro.

Silvio era stato specifico: niente vestiti di ricambio, niente oggetti personali, niente che potesse ricordare a Fabio la sua dignità di cittadino. Solo il suo corpo, il telefono carico e il collare serrato. “Voglio che tu arrivi come un pacco che si consegna da solo,” gli aveva scritto all’alba. “Voglio che tu senta la strada scorrere sotto le ruote della tua auto di lusso sapendo che quel lusso non ti appartiene più, perché tu stesso sei diventato un bene di mia proprietà.”

Il viaggio durò tre ore. Fabio guidava la sua berlina tedesca attraverso le autostrade, sorpassando quegli stessi camionisti con cui aveva interagito digitalmente nei giorni precedenti. Guardava le cabine dei loro tir e sentiva una fitta di desiderio e terrore: ora non era più un’immagine su uno schermo, era un uomo in carne e ossa che si stava dirigendo verso il proprio macello morale. Ogni chilometro che lo allontanava dalla città era un filo che si spezzava con la sua vecchia vita. Il paesaggio divenne collinare, poi selvaggio, finché il navigatore non lo guidò su una strada sterrata che si inerpicava tra boschi fitti e silenziosi.

La casa era una struttura di cemento e vetro, isolata dal mondo. Fabio parcheggiò l’auto e rimase immobile per dieci minuti, con le mani ancora strette sul volante di pelle. Il silenzio del bosco era interrotto solo dal ticchettio del motore che si raffreddava. Poi, il telefono vibrò per l’ultima volta.

“Scendi. Lascia le chiavi nel cruscotto. La porta è aperta. Entra e spogliati nell’atrio. Voglio trovarti già pronto, inginocchiato sul pavimento, rivolto verso la vetrata. Non osare guardarmi negli occhi quando entrerò nella stanza.”

Fabio ubbidì con una rassegnazione che rasentava l’estasi. Entrò nella casa; l’aria all’interno era fresca e profumata di legno e cera. Si svestì con lentezza esasperante, abbandonando i vestiti sartoriali sul pavimento di resina grigia. Quando rimase nudo, con il solo collare di cuoio a cingergli la gola, si sentì per la prima volta “giusto”. La nudità non era più vergogna, era la sua uniforme ufficiale. Si inginocchiò davanti alla grande vetrata che dava sulla vallata nebbiosa. Il pavimento era gelido, una sensazione che gli risalì lungo le ginocchia fino al bacino, fissandolo in una postura di attesa assoluta.

Passarono minuti che sembrarono ere geologiche. Poi, sentì il suono di passi pesanti, misurati, che si avvicinavano alle sue spalle. L’odore di tabacco da pipa e di cuoio antico riempì la stanza. Era Silvio. Fabio sentì la presenza dell’uomo. Non si voltò. Sentì il respiro di Silvio sopra la sua nuca, un calore che gli fece accapponare la pelle.

“Guardati, Fabio,” disse una voce profonda, roca, carica di un’autorità che nessun messaggio di testo avrebbe mai potuto trasmettere. “Guarda cosa rimane del grande dirigente. Un corpo nudo, marchiato dal mio collare, che trema per un soffio di vento. Sei bellissima nella tua inutilità.”

Una mano nodosa e forte si posò sulla sua testa, le dita si intrecciarono tra i capelli di Fabio con una forza che non ammetteva repliche, costringendolo a inclinare la testa all’indietro. Il contatto fisico fu la conferma definitiva: Silvio non era più un’idea, era il suo Dio tangibile.

“Oggi inizieremo a scrivere il secondo volume della tua vita, quello in cui non esistono più le parole ‘io’ o ‘mio’. Esiste solo ‘Sì, Padrone’. Ti ho portato degli strumenti, Fabio. Ti insegnerò il silenzio del servo e la gioia del dolore somministrato con amorevole crudeltà.”

Silvio estrasse dalla tasca una lunga catena d’acciaio sottile. Con un gesto rapido, la agganciò all’anello del collare di Fabio. Il rumore metallico del moschettone che si chiudeva fu il suono della serratura definitiva. Silvio diede un leggero strattone, e Fabio fu costretto a sbilanciarsi in avanti, appoggiando le mani sul pavimento per non cadere. Era al guinzaglio. Fisicamente, legalmente, spiritualmente.

“Cammina, cagna. Mostrami come sai seguirmi senza inciampare nella tua vecchia dignità.”

Silvio lo guidò attraverso la casa verso una stanza sotterranea, illuminata solo da poche candele. Lì, tra pareti di cemento grezzo, Fabio vide gli strumenti del suo nuovo mestiere: cavalletti, corde di canapa, ganci e fruste di vario spessore.

“Inginocchiati qui,” ordinò Silvio, indicando un punto preciso sotto un gancio che pendeva dal soffitto. “Oggi imparerai che il tuo corpo non è altro che uno strumento musicale che io suonerò fino a romperti. Ogni urlo sarà un dono per me.”

Silvio usò le mani, le corde e infine la frusta con una maestria che alternava agonia e sollievo, portando Fabio al limite del collasso sensoriale. Ogni colpo era una parola scolpita sulla sua pelle; ogni legame era una ridefinizione dei suoi confini. Il dolore era diventato così intenso da trasformarsi in una luce bianca e accecante nella sua mente, una purificazione che bruciava ogni residuo del manager, del socio, dell’uomo rispettato.

“Dimmi chi sei,” sussurrò Silvio all’orecchio di Fabio, mentre questi pendeva parzialmente dalle corde, i piedi che sfioravano appena il suolo. “Sono… sono una tua proprietà, Padrone. Non sono niente. Usami… ti prego.”

Silvio sorrise, un sorriso che Fabio non vide ma che percepì nel tono della voce. ” Ti userò per sempre. Domani tornerai in ufficio, ma porterai questo dolore come una medaglia sotto i vestiti. Ogni volta che ti siederai a quella scrivania, sentirai il fuoco che ti ho lasciato sulla schiena e ricorderai che il tuo vero ufficio è qui, ai miei piedi, nudo e incatenato.”

Quando la sessione finì, Silvio lo slegò, lo schiavo esausto si avvicinò al padrone aprì la bocca succhiando il cazzo di Silvio fino a quando non gli venne in bocca. Fabio sapeva già cosa fare senza nemmeno ricevere l’ordine, ingoiò tutto il nettare del padrone. Quando si staccò dal cazzo vide una goccia di sperma scendere dal membro ancora duro del Padrone, Fabio si precipitò con la sua bocca a pulirlo, sotto agli occhi compiaciuti di Silvio. Lo schiavo si addormentò con in bocca il sapore della sborra del Padrone, un sapore che entrò nel cervello e non sarebbe mai più andato via. Il sole era sparito dietro l’orizzonte, lasciando spazio a una notte eterna in cui la luce era prodotta solo dal piacere di ubbidire. Fabio era finalmente a casa. Non nell’appartamento di lusso in città, ma in quel guscio di cemento, incatenato a un uomo che lo aveva svuotato di sé per riempirlo di un senso assoluto e terribile. La sua vita era appena iniziata, e non c’era più spazio per la libertà. C’era solo Silvio.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

Obbedienza
Capitoli: 12
Lettura Totale: 79 min
Viste Totali: 👁️ 369
Piace a: ❤️ 1
Iniziata il: 5 Aprile 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 6 Aprile 2026
Modificato: 6 Aprile 2026
Lettura: 6 min
Viste: 👁️ 24
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Degradazione, Maledom, Romance Bdsm, Umiliazione

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