Obbedienza

Racconto

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Stai leggendo il racconto "Obbedienza", capitolo 5 di 12 della serie "Obbedienza".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il mattino dopo si aprì con una luce livida, una coltre di nuvole basse che sembrava schiacciare i grattacieli del distretto finanziario, riflettendo lo stato d’animo di Fabio. Entrò nel grande atrio della sede centrale con un passo che, esternamente, appariva quello di sempre: deciso, autoritario, ritmato dal suono secco delle scarpe inglesi sul pavimento lucido. Ma dentro di lui, ogni fibra muscolare era in rivolta. Sotto la camicia bianca, la pelle del suo petto e delle sue natiche bruciava ancora per il trattamento della sera prima. Il ricordo del silicone che aveva occupato il suo corpo non era solo un’immagine mentale, era una sensazione fisica persistente, un’espansione dei tessuti che sembrava aver lasciato un vuoto pneumatico difficile da colmare.

Si sedette alla sua scrivania in mogano scuro, il computer si accese con un ronzio familiare, caricando email, grafici di borsa e report sulle performance dei fondi d’investimento. Fabio guardò quei numeri come se fossero geroglifici di una civiltà estinta. Cosa significavano i profitti, le acquisizioni o i dividendi, di fronte alla realtà brutale di essere “proprietà”? Silvio non aveva ancora scritto, ma la sua assenza era più rumorosa di qualsiasi messaggio. Era un silenzio ispettivo, un vuoto che Fabio sentiva il bisogno disperato di riempire con la propria ubbidienza.

Verso le undici, mentre era nel bel mezzo di una conference call con i partner di Londra, il telefono vibrò. Il suono, soffocato dal legno della scrivania, sembrò un terremoto. Fabio perse il filo del discorso, balbettò un’incertezza che fece sollevare le sopracciglia alla sua assistente seduta di fronte a lui. Con un gesto rapido, scusandosi per un’urgenza improvvisa, chiuse la chiamata. Le dita gli tremavano mentre sbloccava lo schermo.

“Ti vedo, Fabio. Vedo come cerchi di recitare la parte dell’uomo importante. Ma ogni volta che ti siedi, senti il mio marchio, vero? Senti che quel posto non ti appartiene più. Oggi voglio che tu faccia un passo ulteriore verso la tua totale cancellazione sociale. Voglio che porti la tua vergogna nel luogo più sacro della tua azienda: il bagno privato dei soci anziani. Voglio che lì, tra i marmi e i profumi costosi, tu ti riduca a ciò che sei veramente sotto la maschera: una risorsa collettiva a mia disposizione.”

Fabio doveva recarsi nel bagno riservato al piano attico, un luogo dove solo i massimi dirigenti avevano accesso. Doveva spogliarsi parzialmente, ma mantenere gli attributi del suo potere, l’orologio d’oro, la cravatta regimental, per creare un contrasto visivo che gridasse la sua decadenza. E doveva farlo sapendo che in qualsiasi momento un socio avrebbe potuto entrare, distruggendo in un istante vent’anni di carriera impeccabile.

Il tragitto in ascensore verso l’ultimo piano fu un’agonia lenta. Ogni piano che passava era un gradino che scendeva verso l’inferno. Quando le porte si aprirono sul piano attico, l’odore di moquette pregiata e di potere consolidato lo investì come uno schiaffo. Entrò nel bagno, una sala di marmo di Carrara con rubinetterie in ottone e asciugamani ricamati. Si chiuse dentro, ma la serratura gli sembrò un velo di carta velina contro il mondo esterno.

“Ora spogliati,” recitava il nuovo messaggio di Silvio. “Ma non tutto. Voglio che abbassi i pantaloni e le mutande fino alle caviglie. Voglio che la tua camicia rimanga infilata perfettamente, a testimoniare il tuo ruolo, mentre sotto mostri la tua disponibilità. Voglio che scrivi sul tuo addome, con un pennarello indelebile, il mio nome e la tua funzione. E poi scatta. Scatta foto che mostrino il riflesso dei marmi di lusso attorno alla tua nudità umiliata.”

Con gesti frenetici, quasi febbrili, Fabio eseguì. Estrasse dalla borsa un pennarello nero che aveva comprato appositamente quella mattina, un oggetto che pesava come una pistola carica. Davanti allo specchio monumentale, iniziò a scrivere sulla propria pelle chiara, curata con creme costose. Le lettere erano tremolanti ma nere, indelebili, definitive: PROPRIETÀ DI SILVIO – ZOCCOLA AZIENDALE. Vedere quelle parole scritte sul proprio corpo, tra l’ombelico e il bacino, fu come subire un marchio a fuoco. La realtà del suo status non era più un concetto digitale; era scritta sulla sua carne, pronta per essere mostrata al mondo.

La parte superiore del corpo era quella di un executive da copertina, la parte inferiore era quella di una preda in attesa di essere consumata. Scattò la prima foto. Il flash rimbalzò sulle pareti di specchio, moltiplicando la sua immagine all’infinito. In quell’istante, Fabio vide cento, mille versioni di sé stesso, tutte ugualmente sottomesse.

“Invia le foto al gruppo dei camionisti, Fabio. Voglio che quegli uomini, mentre mangiano nei loro autogrill sporchi, vedano come si riduce una mia cagna. Voglio che sentano il potere di poterti insultare mentre tu sei lì, nel tuo ufficio di vetro.”

Inviare quelle immagini fu un atto di auto-immolazione. Fabio vedeva le icone di caricamento progredire lentamente, una percentuale alla volta, come una condanna a morte che veniva eseguita al rallentatore. Quando l’invio fu completato, il gruppo esplose. Le notifiche iniziarono a piovere, un rumore incessante di derisione e brama.

“Guardate il signorino! Ha scritto il nome del padrone sulla pancia!” “Chissà se profuma di sborra o di dopobarba costoso…” “Ti aspetterei fuori dal cancello, troia, per farti vedere come si usa un corpo come il tuo sulla strada.”

Fabio leggeva i commenti con un’eccitazione così violenta da fargli mancare la terra sotto i piedi. Si sentiva come se l’intero edificio, con le sue migliaia di dipendenti, stesse guardando attraverso le pareti di marmo. La sua privacy era stata distrutta, il suo onore calpestato dagli stivali virtuali di centinaia di estranei rudi. Eppure, in quel fango, sentiva una libertà paradossale. Non doveva più fingere di essere superiore. Era stato livellato, riportato alla sua essenza biologica di contenitore di desideri e cazzi altrui.

“Non hai ancora finito,” scrisse Silvio, che sembrava godere del caos che aveva scatenato. “Ora voglio una video chiamata che ovviamente registrerò. Voglio che resti così, con i pantaloni alle caviglie, e che reciti ad alta voce il tuo nuovo contratto di schiavitù, proprio lì, mentre senti il rumore degli scarichi degli altri uffici. Voglio sentire la tua voce tremare mentre ammetti che non sei nulla senza di me.”

Fabio appoggiò il telefono sul portasapone. Iniziò a parlare, la voce rotta dai singhiozzi soffocati. “Io… io sono Fabio, e non sono più un uomo. Sono la proprietà di Silvio. Sono una zoccola da ufficio che vive per essere usata. Il mio corpo è un deposito per la sborra del mio Padrone e di chiunque lui scelga…”

Mentre parlava, sentì dei passi fuori dalla porta del bagno. Qualcuno stava provando ad entrare. La maniglia si abbassò con un clic metallico. Fabio gelò. Il cuore gli balzò in gola, il respiro si fermò. Rimase immobile, nudo a metà, con il marchio nero sulla pancia bene in vista. La persona fuori bussò. “C’è qualcuno? Fabio, sei tu? Abbiamo la riunione tra cinque minuti.” Era la voce del suo socio principale.

Il terrore fu totale. Ma in quel terrore, Silvio trovò la sua massima espressione di controllo. “Non rispondere,” arrivò il messaggio istantaneo. “Lascialo lì. Lascia che sospetti. Lascia che l’odore della tua paura arrivi oltre la porta. Sei mio, non suo. Lui non ha più potere su di te.”

Fabio rimase in silenzio, col fiato sospeso, mentre il socio imprecava sottovoce e si allontanava. Quando i passi svanirono, Fabio crollò sul pavimento, incurante della sporcizia o del decoro. Aveva appena rischiato tutto, e l’aveva fatto per un uomo che non aveva mai nemmeno toccato. La sua vita precedente era un castello di carte che Silvio stava soffiando via con una facilità disarmante.

“Brava la mia cagna,” scrisse Silvio mezz’ora dopo, quando Fabio era tornato alla sua scrivania, distrutto e svuotato. “Oggi hai capito che il tuo ufficio non è una fortezza, ma una gabbia di vetro dove io posso entrarti dentro quando voglio. Domani riceverai un pacco a casa. Sarà l’inizio della tua fase fisica permanente. Un collare che non toglierai mai, nemmeno sotto la doccia, nemmeno sotto la camicia. Sarà il mio guinzaglio invisibile che ti terrà legato a me ogni secondo della tua misera giornata.”

Uscendo dall’ufficio quella sera, Fabio guardò il sole tramontare dietro lo skyline. Si sentiva come un fantasma che abitava un corpo altrui. Non c’era più spazio per l’orgoglio, non c’era più spazio per Fabio il manager. C’era solo l’attesa del pacco, l’attesa del collare, l’attesa di scomparire definitivamente dentro la volontà di Silvio. La sua trasformazione era diventata un’opera d’arte, una distruzione metodica che lo lasciava senza fiato e senza speranza, ma con un desiderio di ubbidienza che bruciava più di qualunque ambizione passata.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

Obbedienza
Capitoli: 12
Lettura Totale: 79 min
Viste Totali: 👁️ 369
Piace a: ❤️ 1
Iniziata il: 5 Aprile 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 5 Aprile 2026
Modificato: 5 Aprile 2026
Lettura: 8 min
Viste: 👁️ 22
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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