Obbedienza

Racconto

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Stai leggendo il racconto "Obbedienza", capitolo 4 di 12 della serie "Obbedienza".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

L’ordine arrivò puntuale durante la pausa pranzo di un mercoledì, mentre Fabio cercava di mandare giù un caffè amaro che sapeva di cenere e di un’attesa quasi insostenibile. Il telefono vibrò sulla scrivania, un sussulto che lo fece trasalire come se fosse stato colto in flagrante.

“Vai a casa. Ora. Non m’importa quali scuse inventerai con i tuoi soci o con la segretaria. Prendi quel vibratore che tieni nascosto in fondo al cassetto, quello che mi hai detto di aver comprato anni fa. Non fare la verginella spaventata con me, puttana; oggi non si scherza più con i selfie. Voglio il video completo dell’inserimento, senza tagli. Devi scardinare quella rigidità che hai dentro, quel muro di cemento che chiami ancora erroneamente dignità maschile.”

L’oggetto in questione era un acquisto impulsivo risalente a un periodo di curiosità repressa, un cilindro di silicone scuro, imponente, dalla circonferenza quasi minacciosa, rimasto sepolto sotto vecchie magliette e documenti dimenticati come un segreto imbarazzante di cui si vergognava profondamente. Fino a quel momento era stato poco più di un giocattolo astratto, un feticcio quasi mai toccato, un simbolo di una sessualità che Fabio non aveva mai osato esplorare fino in fondo; sotto il comando di Silvio, si trasformò istantaneamente in uno strumento di tortura e redenzione.

Rientrato in casa, il silenzio dell’appartamento gli sembrò improvvisamente ostile, un vuoto che amplificava il battito del suo cuore fino a trasformarlo in un tamburo di guerra che gli rimbombava nelle orecchie. Si spogliò con gesti lenti, rituali, quasi come un sacerdote che si prepara a un sacrificio di cui è, contemporaneamente, l’officiante e la vittima. Appoggiò il telefono contro una pila di libri d’arte sul tappeto del salotto, inclinando l’inquadratura proprio come Silvio gli aveva minuziosamente insegnato attraverso messaggi passati: un angolo crudo, dal basso, che non lasciava spazio al volto — perché in quella fase il volto, con le sue espressioni umane e la sua storia, non serviva, concentrando tutta l’attenzione sulla zona che stava per essere profanata.

“È grande, padrone… mi fa paura. Non credo di farcela,” digitò Fabio con le dita che tremavano vistosamente sul display, cercando un’ultima, debole via di fuga o, forse, solo una rassicurazione brutale. “La paura è un lusso che non ti puoi più permettere, troia. Sei mia proprietà, e la mia proprietà non ha diritto di avere paura. Usalo. Spingilo dentro centimetro dopo centimetro finché non senti che la tua testa smette di ragionare e inizia a ubbidire solo al corpo. Fallo ora, o considera chiuso il nostro rapporto. Dimostrami che sei una mia cagna.”

Fabio ubbidì, terrorizzato dall’idea di perdere quel legame perverso che era diventato l’unico pilastro della sua esistenza emotiva. Si mise in ginocchio, la schiena inarcata come un arco teso fino al limite della rottura, sentendo il silicone contro la pelle febbricitante e umida di sudore. Al primo contatto, i muscoli si contrassero in un rifiuto istintivo, una ribellione della carne contro l’invasore esterno. Fabio sentì un bruciore acuto. Gemette, un suono basso, gutturale, quasi animalesco che la telecamera del telefono registrò con una precisione implacabile.

“Respira. Rilassati. Non lottare contro di me. Sei una troia, ricordalo, e le troie sono vasi fatti per essere riempiti fino all’orlo,” risuonava la voce mentale di Silvio, sovrapponendosi ai suoi pensieri tra una spinta e l’altra.

Ogni centimetro di avanzamento era una battaglia vinta da Silvio contro i decenni di educazione maschile, di decoro e di autocontrollo di Fabio. Il dolore era reale, una lama calda che tagliava il respiro e faceva appannare la vista, ma era accompagnato da una scarica di adrenalina e di endorfine così potente da risultare quasi mistica. Fabio sentiva la propria mente sdoppiarsi: una parte di lui osservava con orrore il dirigente d’azienda ridotto a quella posizione degradante, mentre l’altra, quella che Silvio aveva risvegliato, godeva in modo osceno di ogni fitta di dolore.

Quel pezzo di plastica scura e inanimata era il vessillo di Silvio piantato nel retto, il segno tangibile che il suo corpo non gli apparteneva più. Era diventato un territorio conquistato, una provincia dell’impero del Padrone.

Inviò il video, lungo oltre sette minuti di sforzi visibili, sospiri pesanti e umiliazione documentata in ogni dettaglio venoso. “Fatto, padrone. È dentro tutto. Mi sento distrutto, svuotato,” scrisse, restando immobile in quella posizione, sentendo la pressione interna che gli ricordava la sua nuova condizione. La risposta di Silvio arrivò carica di un compiacimento quasi tangibile, una vibrazione d’autorità che sembrò percorrere la stanza: “Bravissima. Hai appena ucciso l’uomo arrogante che eri. Ora sei solo un contenitore pronto per le mie mani e per i miei scopi. Resta così per un’ora intera. Non muoverti. Senti il mio peso dentro di te e ringraziami per avermi permesso di possederti così profondamente.”

Fabio rimase così, nudo sul tappeto del suo lussuoso salotto, con un oggetto di plastica che vibrando gli dilatava il corpo e la volontà. Guardò fuori dalla finestra, verso i palazzi della città che continuava a correre ignara, e si sentì infinitamente lontano da quel mondo di uomini “normali”. Loro avevano le loro carriere, le loro famiglie, le loro piccole libertà; lui aveva solo il suo segreto e il suo Padrone. Sentiva ogni battito del cuore propagarsi fino alla zona occupata dal silicone.

In quel tempo sospeso, Fabio realizzò che non avrebbe mai più potuto camminare per strada con la stessa spavalderia di prima. Avrebbe sempre saputo quanto era facile scardinare la sua resistenza, quanto era profondo il vuoto che Silvio aveva deciso di colmare. Quando finalmente il tempo concesso dal Padrone scadette e lui poté liberarsi dell’oggetto, si sentì stranamente solo, quasi incompleto. La sensazione di pienezza era svanita, lasciando il posto a un bruciore che era, paradossalmente, la prova della sua esistenza come servo. Si rannicchiò sul pavimento, nudo e tremante, mentre fuori il sole iniziava a calare, segnando la fine del Fabio che il mondo conosceva e l’alba definitiva della creatura di Silvio. Ogni centimetro del suo corpo era stato invaso e sottomesso.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

Obbedienza
Capitoli: 12
Lettura Totale: 79 min
Viste Totali: 👁️ 373
Piace a: ❤️ 1
Iniziata il: 5 Aprile 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 5 Aprile 2026
Modificato: 5 Aprile 2026
Lettura: 6 min
Viste: 👁️ 31
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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