Obbedienza

Racconto

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Stai leggendo il racconto "Obbedienza", capitolo 10 di 12 della serie "Obbedienza".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il giorno seguente il dolore alle articolazioni, infiammate dalle ore passate a quattro zampe, era una sinfonia di fitte acute che gli davano il buongiorno, ma la sua mente non registrava più sofferenza, solo adempimento. Si alzò con movimenti meccanici, sentendo il cuoio del collare ormai fuso con la sua trachea.

L’ultimo ordine di Silvio arrivò mentre Fabio fissava il vuoto nella doccia, lasciando che l’acqua bollente arrossasse la pelle già martoriata dai segni della frusta. Il telefono, protetto da una custodia impermeabile, vibrò sul marmo del box doccia.

” Oggi voglio che l’umiliazione sia fisica, costante. Prendi il plug d’acciaio più grande che hai, quello con la coda di volpe sintetica che ti ho fatto comprare. Indossalo. Poi mettiti l’abito grigio scuro, quello più costoso. Voglio che tu vada alla riunione. Voglio che tu sieda in prima fila, davanti a tutti, sapendo che dietro di te, sotto quel tessuto pregiato, porti il marchio della tua natura bestiale. Voglio che tu senta l’acciaio che ti dilata mentre guardi negli occhi il tuo Amministratore Delegato. E ogni mezz’ora, voglio un selfie dal bagno, con il plug in mostra e il distintivo aziendale accanto. Trasforma quel congresso nel mio bordello privato.”

L’idea di infiltrare quella volgarità assoluta nel sancta sanctorum del potere economico era un sacrilegio che lo faceva vibrare. Ubbidì. L’inserimento del plug fu un rituale di agonia e piacere purissimo; l’acciaio era gelido, una presenza massiccia e arrogante che reclamava il suo spazio interno, costringendolo a camminare con una falcata rigida. Quando si infilò i pantaloni, sentì la coda sintetica ripiegarsi contro la pelle, un solletico osceno che gli ricordava a ogni passo la sua degradazione.

La sala del congresso era un tripudio di luci soffuse, moquette blu notte e l’odore asettico del potere consolidato. Centinaia di persone in abiti scuri parlavano di miliardi, di futuro, di leadership. Fabio prese posto in prima fila. Sentiva il sudore imperlargli la fronte. Ogni volta che si sedeva, la pressione dell’acciaio aumentava, mozzandogli il respiro. Era lì, l’executive di punta, il volto pulito dell’azienda, mentre internamente era una “cagna” al guinzaglio invisibile di Silvio.

“Mandami la prima prova,” scrisse Silvio. “Voglio vedere il contrasto tra il tuo volto serio e ciò che hai dentro.”

Fabio si alzò a metà della relazione inaugurale. Si recò nei bagni, i corridoi deserti e silenziosi. Si chiuse in una cabina, il cuore che gli batteva nelle orecchie come un martello pneumatico. Si calò i pantaloni, rivelando l’orrore e la bellezza della sua sottomissione. La coda sintetica pendeva, un insulto alla dignità della stanza. Accostò il suo badge magnetico — con la sua foto sorridente e il titolo di “Senior Vice President” — proprio accanto all’acciaio che lo violava. Scattò. La foto era un manifesto di distruzione dell’ego.

Inviò l’immagine al gruppo dei camionisti e a Silvio contemporaneamente. Il gruppo esplose. Il contrasto tra il badge aziendale e quella visione oscena scatenò una tempesta di messaggi brutali. “Guarda il Vice Presidente! È pronto per essere montato in ufficio!” “Scommetto che trema mentre il suo capo parla!” “Vogliamo vedere il video mentre cammini tra i soci con quella roba dentro, troia!”

Fabio tornò in sala. Il resto del pomeriggio fu un’allucinazione di piacere proibito. Ogni volta che l’assemblea scoppiava in un applauso, lui sentiva l’acciaio premere contro la sua prostata, trasformando il successo professionale in un orgasmo di vergogna. Guardava i suoi pari e li disprezzava per la loro integrità. Loro erano integri perché nessuno aveva avuto il potere di spezzarli; lui era a pezzi, e in quei pezzi Silvio aveva costruito un regno di lussuria assoluta.

“Ora l’atto finale,” scrisse Silvio alle diciotto, quando la sessione stava per chiudersi. “Torna a casa. Ti ho lasciato la porta aperta. Entra e vai nel seminterrato. C’è una gabbia che ho fatto installare oggi mentre eri via. Entra lì dentro. Nudo. Con il collare e il plug. Getta le chiavi fuori dalle sbarre. Non uscirai per tutto il weekend. Sarai nutrito come meriti e trattato come la mia bestia. La tua vita di uomo finisce stasera, Fabio. Quello che resterà sarà solo il mio trastullo.”

Fabio guidò verso casa in uno stato di trance erotica. Non provava più paura. Provava sollievo. Il sollievo di chi finalmente smette di fingere di essere umano. Arrivò all’attico, si spogliò nell’atrio, lasciando l’abito da cinquemila euro come un mucchio di stracci senza valore. Scese nel seminterrato, dove una struttura d’acciaio nero lo attendeva sotto una luce cruda. Entrò. Il freddo delle sbarre contro la schiena fu l’ultimo contatto con il mondo esterno. Lanciò le chiavi lontano, sul pavimento di cemento. Cling. Il suono della sua libertà che volava via.

Silvio apparve dall’ombra, un’ombra massiccia, un dio di carne e autorità. Si avvicinò alla gabbia, stringendo tra le mani una frusta di cuoio intrecciato. Guardò Fabio con un misto di orgoglio e disprezzo che fece sciogliere l’uomo in un pianto di pura gratitudine.

“Sei bellissima, la mia piccola cagna,” sussurrò Silvio, facendo scorrere la frusta tra le sbarre per accarezzare la guancia di Fabio. “Guarda cosa abbiamo fatto insieme. Abbiamo preso un uomo potente e lo abbiamo ridotto a questo: una bestia in gabbia che brama solo il dolore dalle mie mani. Non ci sono più email, Fabio. Non ci sono più riunioni. C’è solo il rumore della mia frusta e il sapore della tua ubbidienza.”

Silvio aprì la porta della gabbia, entrò e afferrò Fabio per il collare, costringendolo a guardarlo finalmente negli occhi. Fabio vide l’abisso e ci si gettò dentro con un gemito di gioia straziante. Silvio lo colpì, un colpo secco, preciso, che gli tolse il fiato e gli incendiò la carne. Fabio urlò, un urlo che chiedeva di più. Di più dolore, di più sottomissione, di più Silvio.

“Dillo per l’ultima volta. Chi sei?” “Sono… sono la tua cagna, Padrone. Non esisto. Sono la tua troia.  Sono la tua schiava. Solo tua. Per sempre.”

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

Obbedienza
Capitoli: 12
Lettura Totale: 79 min
Viste Totali: 👁️ 375
Piace a: ❤️ 1
Iniziata il: 5 Aprile 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 6 Aprile 2026
Modificato: 6 Aprile 2026
Lettura: 6 min
Viste: 👁️ 23
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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