Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il ritorno di Fabio a casa, dopo l’incontro nell’appartamento della zona industriale, fu un calvario di sensazioni fisiche residue che gli bruciavano sotto la pelle. Il sapore dei piedi ancora impastato alla saliva, l’orgasmo negato che lo lasciava in un limbo di tensione elettrica, e quel senso di lordura appiccicosa sul viso dove la sborra del ragazzo si era asciugata, tirandogli la pelle come una maschera di fango. Non appena varcata la soglia di casa, Fabio guardò lo smartphone e vide un messaggio del suo Padrone.
“Scrivi. Ora. Voglio sapere tutto quello che è successo,” ordinò il Padrone. Fabio iniziò a digitare con dita febbrili, confessando il modo in cui era stato usato come uno straccio per pulire il sesso di uno sconosciuto con la sua camicia da ufficio. “Mi ha chiamato merce difettosa, Padrone… ha detto che sono inutile, che non so nemmeno aprirmi come si deve,” scrisse Fabio.
La risposta di Silvio arrivò come una frustata. “Il ragazzo ha ragione. Sei un investimento che sta rendendo poco. La tua rigidità ti sta rendendo un buco inutile, un vicolo cieco. Ma se la tua natura è quella di essere una troia che tutti possono usare, allora dobbiamo lavorare sulla tua accoglienza. Da questo istante il tuo culo diventa un cantiere, un laboratorio di espansione. Voglio che ti spacchi, Fabio. Voglio che distruggi quell’anello di muscoli che ancora prova a proteggere il tuo orgoglio.”
L’ordine successivo spinse Fabio verso la cucina, un luogo che fino a poche settimane prima era il regno della sua impeccabile vita borghese, ora trasformato in un’officina di tortura ed educazione anale. “Vai in frigo. Tira fuori tutto ciò che ha una forma fallica. Inizia con le carote, quelle più dure e nodose. Poi passa alle zucchine. Non voglio che le usi con delicatezza; voglio che le spingi dentro finché non senti il fondo, finché la verdura non tocca la tua anima di schiavo.”
Fabio gattonò nudo tra i mobili di design, le piastrelle fredde che gli mordevano le ginocchia già livide. Prese la carota più grande, la coprì di lubrificante e iniziò a forzare l’entrata, ancora infiammata dal pollice del ragazzo. Il dolore era acuto, un chiodo che gli trapassava il bacino, ma l’ordine di Silvio risuonava nella sua testa come un tuono: “Più a fondo, cagna! Fai un video mentre la carota sparisce completamente. Voglio vedere la tua carne che si tende.” Fabio ubbidì, ansimando, spingendo l’ortaggio finché non ne rimase fuori solo un centimetro, sentendo il proprio ano deformarsi.
Ma era solo l’inizio. “Ora la zucchina. Quella grossa. Voglio che il tuo culo impari a non dire mai di no,” vibrò il telefono. La zucchina era spaventosa per circonferenza, un cilindro verde e rugoso che sembrava impossibile da ospitare. Fabio dovette mettersi a carponi, la schiena inarcata come quella del ragazzo nel video di Silvio, e con entrambe le mani iniziò a “lavorarsi”, allargando le pareti del proprio ano con le dita prima di presentare la zucchina all’imboccatura. Quando la punta arrotondata forzò lo sfintere, Fabio emise un urlo strozzato. Il dolore era sordo, invasivo, gli mozzava il fiato, ma lo eccitava in un modo malato: era la prova fisica che non era più un uomo, ma un contenitore. Spingeva finché la zucchina non fu conficcata per metà dentro di lui.
“Bravo, ma non basta,” insistette Silvio, implacabile. “Usa la tua fantasia. Trova oggetti in giro per casa che possano spaccarti ancora di più. Devi preparare quel buco a ricevere cazzi enormi, devi renderlo un’autostrada senza pedaggio per chiunque io decida di farti montare. Sorprendimi, o giuro che ti mando tre camionisti a casa stasera stessa per finire il lavoro.”
In preda a un delirio di sottomissione e terrore, Fabio iniziò a vagare per l’appartamento, entrò in bagno e afferrò un flacone cilindrico di schiuma da barba, poi tornò in camera e prese il manico di una spazzola tonda, dalle setole dure. Tornò sul tappeto del salotto e iniziò a infilarsi tutto, uno dopo l’altro, alternando forme e spessori. Il flacone di alluminio era gelido e largo, una sensazione metallica che gli faceva raggelare il sangue mentre lo sentiva scivolare dentro, distendendo la pelle fino al limite della lacerazione. Ogni oggetto veniva fotografato e inviato: “Guarda, Padrone… guarda come la tua troia si distrugge per te. Guarda come questo flacone entra tutto, non ho più ritegno, sono solo un buco pronto a essere sfondato.”
“Voglio che domani, quando sarai seduto a quella tua scrivania di mogano a decidere il destino della tua azienda, tu senta il vuoto che hai creato stasera,” scrisse infine Silvio, dopo aver ricevuto una serie di video in cui Fabio appariva completamente deformato dagli oggetti. “Voglio che ogni passo che fai ti ricordi che sei largo, che sei aperto, che sei a disposizione. Più ti spacchi, più diventi utile. Continua fino all’alba. Non voglio che tu dorma; voglio che tu ti allarghi finché non sentirai più la differenza tra il piacere e il dolore. Sei la mia cagna da collaudo, e questo è solo l’inizio.”
Fabio rimase lì, nel silenzio della notte, circondato da ortaggi e flaconi sporchi di lubrificante, con il corpo che pulsava e il culo che sembrava non volersi più chiudere. Era diventato una voragine, un’assenza di dignità fatta carne, pronto a essere riempito dalla prossima volontà, dal prossimo oggetto, dal prossimo insulto, mentre l’immagine del manager di successo sbiadiva definitivamente nel riflesso di quegli oggetti infilati nel suo io più profondo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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Wow, degrado puro… maaa… finisce così?
si è l’ultimo capitolo