Obbedienza

Racconto

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Stai leggendo il racconto "Obbedienza", capitolo 6 di 12 della serie "Obbedienza".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il venerdì Fabio non si era recato in ufficio; aveva preso un giorno di malattia, la prima volta in dieci anni di carriera ininterrotta. Non poteva rischiare di mancare all’appuntamento con il corriere. Non poteva permettere che quel pacco, finisse nelle mani della portineria del palazzo. Quel pacco conteneva la sua nuova pelle, ciò che Silvio aveva deciso che sarebbe diventato.

Passò le prime ore della mattina camminando nervosamente per il salotto, nudo sotto la vestaglia di seta, sentendo il silenzio della casa come un peso fisico. Ogni rumore di furgone che frenava in strada, ogni citofonata ai vicini, gli faceva balzare il cuore in gola. La sua mente era un loop ossessivo: immaginava la forma del collare, l’odore del cuoio conciato, il freddo della fibbia metallica che avrebbe sigillato la sua gola. Non era più un gioco di immagini sullo schermo; stava per indossare un vincolo che avrebbe portato con sé in ogni riunione, in ogni cena di gala, sotto ogni camicia sartoriale. Un segreto che avrebbe premuto contro la sua trachea ogni volta che avrebbe provato a dire “no”.

Verso le undici, il citofono gracchiò. Fabio rispose con una voce che non riconobbe, sottile e tremante. “Sì, arrivo.”

Quando ebbe il pacchetto tra le mani, tornò in camera da letto con la stessa cautela con cui si maneggia un ordigno inesploso. Si sedette sul bordo del letto, il respiro corto, le dita che artigliavano il cartone rigido. Aprì la confezione con una lentezza cerimoniale. Dentro, avvolto in un velo di carta velina nera, giaceva l’oggetto: un collare di cuoio nero, alto tre centimetri, foderato internamente di morbida nappa rossa — il colore del sangue e della passione servile — con una piccola placca d’acciaio satinato al centro. Non c’erano scritte sulla placca, ma Fabio sapeva cosa vi era inciso invisibilmente: la firma di Silvio.

“È arrivato, padrone. Lo sto guardando,” scrisse al telefono, con una mano che faticava a tenere fermo il dispositivo. “Indossalo, Fabio. Non voglio che tu lo guardi e basta. Voglio che tu senta la tua gola che si arrende al mio abbraccio. Stringilo fino all’ultimo buco possibile senza soffocare. Voglio che ogni volta che deglutisci, tu senta il mio possesso. E poi, scatta il video del rituale. Voglio vedere il momento esatto in cui chiudi la fibbia e rinunci per sempre alla tua libertà di movimento.”

Fabio si alzò e si posizionò davanti allo specchio monumentale della camera, quello che ormai era diventato l’altare della sua spoliazione. Si tolse la vestaglia, restando nudo, esposto, con il marchio PROPRIETÀ DI SILVIO ancora leggibile sulla pancia, sebbene l’inchiostro avesse iniziato a sbiadire leggermente sui bordi. Prese il collare e lo mise al collo. Portò le mani dietro la nuca. Il gesto di allacciare il collare era intrinsecamente umiliante; richiedeva una goffaggine forzata, le braccia alzate che esponevano il petto e le ascelle, la testa leggermente chinata in avanti come quella di un condannato che agevola il boia. Trovò il buco della fibbia. Spinse l’ardiglione nel cuoio. La sensazione di costrizione fu immediata. Era una pressione costante sulla laringe, un promemoria tattile di una volontà esterna che lo cingeva. Infine prese il piccolo lucchetto che era nel pacco, mancava la chiave, Fabio lo guardò per parecchio tempo poi lo portò al collo e lo chiuse. Il collare ora era una parte di lui che non poteva più togliere se non per volontà del suo padrone. Fabio si guardò allo specchio e vide un uomo marchiato. Vide un animale domestico di lusso, un corpo che aveva appena accettato il guinzaglio.

“È fatto, padrone. Lo porto addosso. Sento il cuoio che mi stringe… mi sento… tuo.” “Ora vestiti, Fabio. Mettiti l’abito più costoso che hai. Mettiti la camicia col colletto più rigido. Voglio che tu vada fuori, in mezzo alla gente. Voglio che tu vada a fare la spesa, che tu cammini nel parco, che tu guardi le persone negli occhi sapendo che sotto quella camicia c’è la mia catena. Voglio che tu provi l’estasi dell’umiliazione invisibile. Tu senti il mio abbraccio ogni volta che giri la testa.”

Infilare la camicia bianca sopra il collare nero creò un contrasto che Fabio trovò eccitante. Il colletto della camicia nascondeva quasi tutto, ma a ogni movimento brusco, un millimetro di cuoio nero faceva capolino sotto l’orecchio. Era un gioco pericoloso. Era un sabotaggio della sua identità sociale compiuto in pieno giorno.

Uscì di casa. La città di aprile era vibrante, piena di gente che correva verso il pranzo. Fabio camminava con una rigidità innaturale, la testa alta per evitare che il colletto della camicia sfregasse troppo contro il cuoio, rendendo il segreto palese. Ogni persona che incrociava gli sembrava un potenziale giudice. Incrociò una madre con un bambino, un poliziotto, un gruppo di turisti. Se sapessero, pensava, se solo vedessero che l’uomo in giacca e cravatta che cammina con tanta dignità è in realtà un servo al guinzaglio.

Quella consapevolezza creava in lui una scissione psichica devastante. Sentiva una superiorità perversa: lui conosceva una verità che loro non potevano nemmeno concepire. Lui era stato “scelto” per essere distrutto e ricostruito. La sottomissione non era più un atto privato compiuto in un bagno o tra le mura di casa.

Entrò in un caffè affollato. Ordinò un espresso. Mentre portava la tazzina alla bocca, sentì il collare che gli premeva contro la gola, limitando il movimento del deglutire. Fu un istante di puro terrore e piacere. Il barista gli sorrise, ignaro del fatto che Fabio stesse lottando per non scoppiare a piangere o a ridere sotto il peso di quel cerchio di cuoio.

“Com’è la sensazione, mia piccola cagna?” vibrò il telefono in tasca. “Mi sento nudo anche se sono vestito, padrone. Sento che tutti mi guardano e vedono il collare, anche se so che non è vero. Mi sento sporco e onorato allo stesso tempo. Non riesco a pensare ad altro che al peso del cuoio.” “Bene. È esattamente dove ti voglio. Nel limbo tra la realtà e il mio dominio. Domani sera verrai da me. Ho affittato una casa isolata. Niente più schermi, Fabio. Niente più foto. Solo io, tu e il tuo nuovo collare. Ti insegnerò cosa significa davvero ubbidire quando non c’è una chat a farti da scudo.”

Fabio tornò a casa quasi correndo, travolto da un’ondata di ansia e desiderio. L’idea di incontrare Silvio fisicamente, di passare dal virtuale al carnale, lo terrorizzava più di ogni altra cosa. Ma mentre si toglieva la giacca e si guardava allo specchio, accarezzando il cuoio nero del suo collare, capì che non avrebbe mai potuto dire di no. La catena era già saldata al suo spirito. Silvio lo aveva già svuotato; ora non rimaneva che consegnare il corpo per l’atto finale.

Si sdraiò sul divano, esausto, sentendo il battito del cuore pulsare ritmicamente contro il collare. Ogni battito era un’affermazione di proprietà. Non c’era più Fabio. C’era solo l’attesa del domani, l’attesa del Padrone, l’attesa della fine definitiva di ogni sua pretesa di essere un uomo libero. Il collare di cuoio non era solo un accessorio; era l’ultima riga del suo contratto di schiavitù, firmata col sudore e sigillata col silenzio.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

Obbedienza
Capitoli: 12
Lettura Totale: 79 min
Viste Totali: 👁️ 377
Piace a: ❤️ 1
Iniziata il: 5 Aprile 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 5 Aprile 2026
Modificato: 5 Aprile 2026
Lettura: 7 min
Viste: 👁️ 38
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Romance Bdsm, Umiliazione

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