Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’odore di ozono e disinfettante dello studio privato del dottore è diventato, negli ultimi mesi, il profumo della mia inadeguatezza. Camminare al guinzaglio della Padrona verso quella porta di vetro smerigliato significa accettare che il mio corpo ha tradito le sue aspettative. Nonostante la sua severità, nonostante le sessioni domestiche di addestramento, la mia natura di “cagna” continua a manifestarsi con quell’umidità incontrollabile, quel gocciolamento di desiderio che lei considera un insulto alla sua proprietà. La diagnosi del dottore è stata una sentenza senza appello: la terapia d’urto o l’intervento chirurgico. Quando la Padrona ha accettato di lasciarmi lì per quarantotto ore, il vuoto che ho sentito nello stomaco non era paura, ma la consapevolezza che il mio sistema nervoso stava per essere riscritto dal dolore.
La prima notte sul lettino ginecologico è stata un’immersione in un inferno tecnologico. Sentire il freddo del dilatatore metallico che forzava l’uretra, lubrificato appena per non facilitarne l’ingresso, è stato solo il preludio. Il vero tormento è iniziato con i monitor: un bombardamento di carne, gemiti e lussuria programmato per innescare una reazione che il mio corpo non poteva più permettersi. Ogni accenno di turgore, ogni pulsazione di sangue verso la cappella veniva punito istantaneamente. La scossa non era un pizzicore, era un fulmine che partiva dal cuore del mio sesso e risaliva fino alle viscere, friggendomi i testicoli in un parossismo di agonia elettrica. A mezzanotte, quando sono stato trascinato verso la gabbia, non ero più un uomo; ero un ammasso di nervi bruciati che cercava conforto in una ciotola di avena tiepida, dividendo il respiro con altri due schiavi ridotti a ombre umane.
Il sabato è stato il capolavoro del dottore. La “toelettatura” della segretaria — un rito di depilazione e lavaggio interno ed esterno eseguito con la freddezza di una catena di montaggio — mi ha preparato per lo Step 2. Non ero più solo davanti a uno schermo; ora il nemico era dentro e sopra di me. Il dildo nel retto e il vibratore sulle palle creavano un cortocircuito sensoriale: il piacere meccanico cercava di forzare l’erezione, mentre il dilatatore uretrale restava pronto a fulminare ogni disobbedienza. Sentivo l’odore della mia pelle che scottava, un fumo invisibile che sembrava sprigionarsi dal mio inguine martoriato. Il dottore mi usava come un pezzo di laboratorio, testando la mia resistenza persino contro la carne viva, costringendomi a leccare altre pazienti per monitorare il mio battito cardiaco e la rigidità del mio membro. La mia “guarigione” passava per l’apatia forzata: dovevo imparare che il desiderio era uguale alla morte.
L’ultima prova, la domenica mattina, è stata la più sottile. La segretaria nuda che si strusciava contro di me non era una tentazione, era un test di calibrazione. Sentire i suoi umori sulle dita e sulle labbra mentre il mio cervello urlava “pericolo” è stata una ginnastica mentale estenuante. Ho preso l’ultima scossa, quella definitiva, quando il sapore della sua eccitazione ha quasi vinto la mia paura. Ma il dottore non voleva un eunuco; voleva uno strumento di precisione. La “mungitura” finale attraverso il pompino dello schiavo ha dimostrato che la macchina funzionava ancora, ma solo sotto stretto controllo. Ero stato svuotato di due giorni di accumulo elettrico e ormonale, pronto per essere riconsegnato alla mia legittima proprietaria.
Vedere la Padrona ridere davanti ai video della mia tortura, commentando con il dottore la mia “toelettatura” e i miei progressi come se si parlasse di un elettrodomestico riparato, ha ristabilito l’ordine naturale delle cose. Il dottore è fiducioso: il trauma è stato così profondo che il solo pensiero dello studio medico dovrebbe bastare a tenermi moscio. Ma risalendo in macchina, sentendo il profumo della sua pelle e ascoltando la sua promessa di “farmela pagare” per aver toccato un’altra donna, qualcosa è sfuggito al controllo del metallo. Quel pizzicore tra le gambe, quel richiamo elettrico che non viene dai macchinari ma dal mio midollo, suggerisce che la cagna non è guarita affatto. È solo diventata più brava a nascondere il suo incendio sotto la cenere, pronta a bruciare di nuovo sotto la frusta della sua unica Padrona.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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