L’Eclissi del Servo

Racconto

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Stai leggendo il racconto "L’Eclissi del Servo", capitolo 3 di 5 della serie "La clinica del Dottor Ghirardi".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il ritorno dalla clinica del dottor Ghirardi ha segnato l’inizio di una quindicina di giorni che definire un’agonia sarebbe un eufemismo. La nuova gabbietta elettrica è diventata la mia carceriera più spietata: ogni pensiero impuro, ogni sfioramento fortuito della stoffa dei pantaloni, ogni immagine della Padrona che mi attraversa la mente si traduce in una scarica secca e bluastra che mi fulmina il glande. Ho imparato a camminare con una rigidità spettrale, a respirare piano, a castrare ogni impulso vitale prima ancora che diventi carne. Ma oggi, allo scadere delle due settimane, la Padrona ha deciso che il mio addestramento deve raggiungere il suo zenit. Non sono andato da lei; è venuta lei da me, nella mia casa che ormai non è altro che una succursale della sua volontà, portando con sé una borsa di cuoio nera che emana un odore di lubrificante e metallo.

Mi ordina di mettermi nudo in cucina, a quattro zampe sul tavolo dove una volta mangiavo come un uomo libero. Il marmo è gelido sotto le mie ginocchia, un brivido che risale lungo la colonna vertebrale fino al collare. La Padrona non parla. Estrae dalla borsa un set di dilatatori in acciaio lucido, pesanti, disposti in ordine crescente di diametro. Il dottore era stato chiaro: il mio ano deve smettere di essere un muscolo e diventare un passaggio. Inizia con lo svuotamento prostatico di rito. Senza guanti, con le dita unte di un olio denso e profumato, penetra il mio sfintere che ormai accoglie l’intrusione con una rassegnazione spaventosa. Sento la pressione sulla prostata, un massaggio interno che mi fa gemere, ma non appena il mio pene prova a rispondere gonfiandosi nella gabbia, la scossa mi colpisce. Un urlo strozzato mi muore in gola mentre un fiotto di sperma biancastro e povero cola sul marmo del tavolo.

«Lecca, S. Non sporcare la mia postazione».

Pulisco il marmo con la lingua, sentendo il sapore acre e salato di me stesso, mentre lei prepara il primo dilatatore. L’acciaio è freddo, un cuneo implacabile che si fa strada nel mio corpo. Non c’è fretta nel suo gesto. La Padrona vuole che io senta ogni millimetro di fibra muscolare che si tende e cede. Quando il primo è completamente inserito, lo lascia lì per dieci minuti, costringendomi a restare immobile mentre lei sorseggia un caffè, osservando il mio retro deformato dall’oggetto. Poi passa al secondo, e al terzo. Il dolore è un rumore bianco, un’occupazione totale del mio spazio interno che mi toglie il respiro. Arrivata al calibro massimo, quello che il dottore aveva definito “l’obiettivo per il fisting”, sento che la mia anatomia sta cambiando per sempre. Sono spalancato, una voragine di carne offerta al suo capriccio.

Ma il vero finale della serata deve ancora compiersi. La Padrona estrae un ultimo oggetto dalla borsa: un tappo anale enorme, di vetro trasparente, con una base larga e piatta. Lo inserisce con una spinta decisa che mi fa inarcare la schiena e lacrimare gli occhi. Mi slega la gabbietta, ma solo per un istante. Mi ordina di mettermi in piedi, dritto davanti a lei. Il peso del vetro dentro di me è una gravità insostenibile che mi trascina verso il basso.

«Oggi, S, smetterai di essere un cagnolino in prova. Oggi diventerai la mia cagna definitiva».

Prende un pennarello indelebile nero e inizia a scrivere sul mio corpo. Sulla fronte scrive “PROPRIETÀ”, sul petto, all’altezza del cuore, incide con il tratto nero il suo nome, e sulle natiche, proprio ai lati del tappo di vetro, scrive “APERTO H24”. Mi mette una benda sugli occhi, privandomi dell’ultimo senso che mi lega alla realtà. Sento il freddo della catena che viene agganciata al mio collare e il suono dei suoi tacchi che si allontanano.

«Resta così, S. Non muoverti finché non tornerò. Potrebbero volerci ore, o giorni. Se il tappo cade, se ti siedi, se provi a toccarti… la scossa sarà l’ultimo dei tuoi problemi».

Rimango immobile nel buio della mia cucina, nudo, marchiato, con le viscere colme di vetro e il cuore colmo di una devozione terrorizzata. Sento il silenzio della casa che mi avvolge, rotto solo dal mio respiro affannoso. In questo vuoto pneumatico, capisco che il dottor Ghirardi e la Padrona hanno vinto. Non sono più un uomo, non sono più un cittadino, non sono nemmeno più un animale con una propria volontà. Sono una funzione organica, un orifizio certificato, un contenitore di carne marchiato a vita. Il sapore del mio sperma è ancora amaro sulla lingua, il dolore dell’ano dilatato è una vibrazione costante, e l’attesa del suo ritorno è l’unica ragione per cui i miei polmoni continuano a pompare aria. Sono S. Sono la sua ombra di carne. E mentre il tempo smette di esistere nel buio della mia benda, sorrido interiormente, grato per la catena che mi tiene legato al suo mondo. Il mio addestramento è finito. La mia eternità di schiavo è appena iniziata.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

La clinica del Dottor Ghirardi
Capitoli: 5
Lettura Totale: 21 min
Viste Totali: 👁️ 248
Piace a: ❤️ 0
Iniziata il: 25 Marzo 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 25 Marzo 2026
Modificato: 25 Marzo 2026
Lettura: 5 min
Viste: 👁️ 53
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM, Esibizionismo & Voyeur, Feticismo
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Extreme, Umiliazione

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