Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il crepuscolo di Milano filtra attraverso le vetrate opache della sala d’aspetto, dando un’aria spettrale alle pareti bianche. Sono le 18:30 e l’atmosfera è sospesa in un paradosso grottesco. Accanto a me e alla mia Padrona siede una signora distinta con un barboncino nano che ci osserva con una confusione crescente: due adulti immobili, in silenzio, senza trasportini o guinzagli visibili, almeno per ora. Non sa che il dottor Ghirardi, allo scoccare delle diciannove, smette di curare gatti e cani domestici per dedicarsi alla fauna più complessa e degradata della città: le “cagnette” umane.
Quando l’ultimo cliente ordinario esce, la segretaria, un’automa in camice che non batte ciglio davanti all’abiezione, ci fa cenno di procedere. La Padrona, con un movimento fluido e gelido, mi ordina di spogliarmi lì, davanti a lei. L’imbarazzo è un incendio che mi divora, ma ubbidisco, restando nudo sul pavimento di linoleum mentre lei aggancia il guinzaglio al collare di cuoio che non tolgo mai. Il richiamo del dottore arriva come una sentenza. Entriamo nello studio e Ghirardi, un uomo dall’aria autorevole e distaccata, ci accoglie con la freddezza di un tecnico. Mi accuccio ai piedi della Padrona mentre lei espone il “quadro clinico”: soffro di perdite continue, una secrezione di precum che non riesco a controllare e che sporca ovunque io passi.
Il dottore annuisce, mi tasta la nuca con una mano pesante e poi mi assesta una pacca sonora sulla chiappa che mi fa sussultare. «Bella bestiola, vediamola sul tavolo». Il lettino metallico è gelido contro la mia pelle. Ghirardi estrae le staffe ginecologiche e vi blocca i miei piedi con cinghie di cuoio, costringendomi a un’esposizione totale e umiliante. La sua diagnosi iniziale è severa: lo stato di eccitazione è cronico, la punta del mio pene è lucida e bagnata nonostante lo sforzo di restare calmo.
Inizia la compilazione della scheda paziente. È un momento di una violenza psicologica inaudita. Parlano di me in terza persona, definendo il colore della mia pelle, lo stato della dentatura e il peso come se fossi un ronzino da fiera. Le domande della Padrona alimentano il fuoco della vergogna: descrive la mia dilatazione anale, i miei regimi alimentari a base di scarti e le mie abitudini di accoppiamento. Il dottore scatta fotografie ravvicinate di ogni mio orifizio, documentando la mia degradazione per il suo archivio digitale.
La visita entra nel vivo quando Ghirardi decide di prelevare dei campioni. Afferra il mio pene con una forza brutale, tirando la pelle all’indietro finché non sento il bruciore del prepuzio teso al limite. Introduce cotton fioc nell’uretra per raccogliere il siero, poi passa alle sonde metalliche. Inizia con la più sottile, per poi scalare verso diametri sempre più importanti. Sento il freddo dell’acciaio risalire nel condotto, una violazione che mi fa lacrimare gli occhi mentre il mio corpo risponde con un’erezione ferina e involontaria. L’uretra viene dilatata fino al limite segnato sulla scheda, lasciandomi con una stanghetta di metallo che sporge dal meato.
Non soddisfatto, passa all’ispezione posteriore. Lubrifica uno speculum metallico e lo inserisce nel mio ano, aprendolo con un rumore di ingranaggi finché non sento le pareti interne tendersi in modo parossistico. Il dottore invita la Padrona ad avvicinarsi per osservare la prostata, che stimola con due dita guantate. Il gemito che mi scappa è la conferma della mia ipersensibilità. Quando sfila la sonda uretrale, un fiotto biancastro esplode sulla mia pancia. «Prostata troppo reattiva», sentenzia il medico, prescrivendo una gabbietta di castità punitiva e un plug elettrico a intervalli regolari.
L’ultimo test è sulla soglia del dolore. Ghirardi estrae sei aghi lunghi e sottili. Senza anestesia, inizia a conficcarli intorno al mio capezzolo sinistro, stringendo il cerchio verso il centro. Rimango immobile, bloccato dalle staffe, mentre le lacrime mi rigano il volto. È il “test della reazione” che finisce con il risucchio del mio sperma dalla pancia tramite una siringa senza ago, che poi mi viene svuotata direttamente in gola. Ingoio la mia stessa vergogna sotto il loro sguardo complice.
Il pagamento della parcella è l’atto finale. La Padrona finge di aver dimenticato il portafoglio e Ghirardi accetta il “baratto”: la mia bocca. Si sbottona i pantaloni e mi usa con una violenza chirurgica, scopandomi la gola finché non si svuota dentro di me. Pulire il suo sesso con la lingua è il mio ultimo compito prima di essere slegato. Usciamo nella sala d’aspetto, dove un altro proprietario attende con una giovane schiava al guinzaglio. Ci annusiamo come animali, riconoscerci è istintivo, e sento che, nonostante il dolore degli aghi e del metallo, il mio corpo riprende immediatamente a colare sotto il camice ideale della mia Padrona. Tra quindici giorni torneremo per il controllo, e so già che sarò ancora più “animale” di oggi.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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