Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Con Silvia, la mia vita ha smesso di essere una sequenza di impulsi disordinati per diventare un’architettura perfetta. Persino il dottor De Lellis, durante le nostre “lezioni”, non riusciva a trattenere qualche battutina salace vedendo come il nostro legame si fosse ispessito. Aveva capito che non ero più solo un paziente o un giocattolo: ero diventato l’estensione biologica dei desideri di Silvia.
Siamo l’uno l’incastro dell’altra. Lei, giovane, medico in carriera, con un sadismo lucido e una sessualità rapace; io, l’uomo capace di aspettarla nell’ombra delle sue lunghe assenze lavorative, pronto a trasformarmi nel suo sollievo non appena varca la soglia di casa.
Le sue trasferte sono lunghe maree di attesa, scandite da messaggi che promettono tempeste. “Prepara tutto. Voglio trovarti nudo, pulito e pronto a cedere”. Al suo ritorno, non c’è spazio per la stanchezza. Grazie alla sua competenza medica, Silvia sa esattamente come manipolare la mia fisiologia; a volte usa “pillole speciali” per garantirsi che il mio cazzo resti un pilastro di carne inflessibile per ore, piegando la mia resistenza ai suoi capricci più estremi.
Non c’è vergogna tra noi, solo una cruda, bellissima onestà. Spesso la trovo china sui libri di medicina, concentrata su termini latini e patologie complesse, mentre io sono sepolto tra le sue natiche. Dice che il ritmo della mia lingua sul suo ano le permette di concentrarsi, che quella stimolazione costante e umida è il rumore bianco di cui ha bisogno per studiare. Io resto lì, immobile, un leggio di carne che assapora la sua essenza mentre lei impara a salvare vite.
E poi c’è l’oro liquido, la sua ossessione più intima. Silvia reclama la mia presenza in bagno come un diritto di proprietà. Mi vuole lì quando urina: vuole che il getto mi colpisca il petto, che mi riempia la bocca, che io beva ogni goccia del suo scarto come fosse il più prezioso dei nettari. Anche fuori casa, nei locali o ai congressi, il gioco non si ferma. Mi trascina nei bagni pubblici per bagnarmi una mano, o torna al tavolo porgendomi le dita ancora umide perché io possa ripulirle con la lingua davanti a tutti. Quando parte, il suo regalo d’addio è sempre lo stesso: una boccetta della sua pipì, un talismano amaro che sorseggio nei momenti di solitudine per non dimenticare il suo sapore.
Ma è nella “mungitura” che Silvia diventa spietata. Mi spinge sempre un passo oltre il limite, cercando di strapparmi un’erogazione in più rispetto al record precedente. Mi osserva con occhio clinico mentre mi svuota, godendo della mia spossatezza come se fosse un trofeo scientifico.
Eppure, tra una penetrazione con lo strap-on e una sessione di umiliazione, ci sono i pomeriggi al parco. Camminiamo mano nella mano come una coppia qualunque, ci scambiamo baci teneri che sanno di normalità, prima di tornare a casa dove lei si siede davanti alla TV e mi ordina di masturbarmi ai suoi piedi senza staccare gli occhi dallo schermo.
È un rapporto totale. Quello che volevo io, quello che voleva lei. Un cerchio perfetto di possesso e appartenenza che mi fa sentire, finalmente, al mio posto nel mondo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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