Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’ospedale di notte è un labirinto di silenzi e linoleum lucido. Mentre percorrevo quel corridoio infinito al piano superiore, sentivo il peso del mio annuncio online trasformarsi in realtà. Non cercavo un amante, cercavo un protocollo. Cercavo il Dottor De Lellis.
Quando la porta si aprì, l’assistente Giovanardi mi accolse con una freddezza professionale che mi fece contrarre lo stomaco. Il Dottore non si girò nemmeno. “Si spogli.” Due parole che cancellarono il mio status di cittadino e mi trasformarono in una cartella clinica.
Restare nudo su quel lettino, con i piedi incastrati nei poggia piedi ginecologici, è stata l’esperienza più esposta della mia vita. Soprattutto quando il Dottore iniziò la lezione: “Osservi, dottoressa. Maschio, 35-40 anni. Noti le cicatrici… analizzi gli sfinteri.” Venivo palpato e commentato come un pezzo di carne in una fiera, mentre cercavo di gestire l’imbarazzo di fronte allo sguardo attento e clinico della giovane Silvia.
Poi, iniziò la vera “formazione”.
Il cateterismo fu un trauma. Sentire quel tubicino di gomma forzare l’imboccatura dell’uretra è un dolore che non si può spiegare: è una violazione interna, fredda e metodica. “Vede, dottoressa? Il paziente soffre, ma la procedura deve andare avanti.” Non ero un uomo che provava dolore, ero un esempio didattico di resistenza dei tessuti.
Mentre il clistere mi riempiva le viscere di acqua e sapone, la dottoressa continuava a sfilare e inserire il catetere nel mio sesso, cercando di migliorare i suoi tempi record. Era un paradosso insopportabile: il mio corpo veniva torturato da procedure invasive, eppure, tra le mani di Silvia, il mio cazzo iniziò a gonfiarsi.
“È normale questo, dottore?” chiese lei, quasi sorpresa. De Lellis rise, un suono secco che rimbombò tra le piastrelle dell’ambulatorio. “Più normale di quanto creda. Questa cavia gode del dolore, dottoressa. E poi, chi non lo avrebbe duro tra le sue mani?”
L’apice fu la colonscopia. Senza anestetico. Sentire quella sonda d’acciaio e plastica risalire il mio intestino, centimetro dopo centimetro, mentre loro discutevano dei monitor come se stessero guardando un documentario, mi ha spezzato. Mi sentivo svuotato, violato, eppure orribilmente vivo.
La conclusione fu un esercizio di puro potere. Niente seghe, niente carezze. Solo stimolazione prostatica manuale. La dottoressa infilò le dita e, con una tecnica impeccabile, spinse finché il mio seme non colò nel bicchierino, senza orgasmo, senza piacere, solo come un campione biologico da scartare.
Il Dottore se ne andò con un commiato frettoloso, lasciandomi solo con Silvia. Mi rivestii con le mani che tremavano, sentendo il bruciore nel cazzo e l’indolenzimento nel profondo del mio corpo. Ma quando uscii nel corridoio, l’atmosfera cambiò di nuovo.
“Mi chiamo Silvia,” disse lei, sfilandosi il camice e rivelando la ragazza bionda e carina che avevo visto all’inizio. “Domani non sono di turno. Andiamo a prendere una birra?”
Il predatore clinico era tornato essere una donna. Ma il sapore del metallo e del lattice era ancora lì, a ricordarmi che per un’ora, ero stato solo la sua “cavia”.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.
🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?
Segnalacelo subito qui