Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La trasformazione di Elisa era ormai completa: il rancore accumulato in decenni di invisibilità si era cristallizzato in un’autorità spietata e magnetica. La fuga di quello schiavo, terrorizzato dalla violenza della sua rivalsa, non era stata una sconfitta, ma la conferma del suo potere. Aveva capito che la sua fisicità prorompente, un tempo fonte di vergogna, era l’arma perfetta per schiacciare la volontà di chiunque cercasse in lei un’ancora di sottomissione. Il sito BDSM era diventato il suo terreno di caccia e, come aveva intuito, non erano solo i maschi a cadere nella sua rete.
Fu così che, un martedì sera, Elisa ricevette un messaggio da “Sottomessa92”. Non era il solito uomo in cerca di cinghiate, ma una donna, una ragazza che dalle foto appariva minuta, bionda, l’esatto opposto del donnone sgraziato che Elisa vedeva allo specchio. Leggendo le sue richieste di protezione e guida, Elisa sentì un brivido nuovo. Se punire gli uomini era una vendetta contro il passato, sottomettere una bellezza convenzionale sarebbe stato il trionfo sul presente. Le diede appuntamento per il venerdì successivo, preparando la casa come una cella di lusso.
Quando la ragazza suonò al campanello, Elisa non aprì subito. La lasciò sul pianerottolo per dieci minuti, osservandola dallo spioncino mentre la giovane spostava nervosa il peso da un piede all’altro. Quando finalmente aprì, Elisa incombeva su di lei con tutta la sua stazza, indossando un corsetto di pelle nera che faticava a contenere le sue forme e dei leggins lucidi. La ragazza abbassò subito lo sguardo, intimidita da quella presenza massiccia e dall’odore di cuoio che impregnava l’aria.
«In ginocchio, ora», sentenziò Elisa. Non c’era spazio per i convenevoli. La ragazza eseguì, tremando leggermente mentre Elisa le chiudeva un collare d’acciaio intorno al collo. La condusse in salotto tenendola al guinzaglio, facendola strisciare sul tappeto fino ai piedi della sua poltrona. Elisa si sedette, aprendo le gambe e appoggiando i piedi nudi e pesanti sulle spalle della sottomessa. «Spogliati, voglio vedere cosa ho comprato stasera».
Vedere quella bellezza così delicata denudarsi sotto il suo comando fu per Elisa un’estasi quasi dolorosa. Ogni indumento che cadeva era una barriera che crollava tra la perfezione estetica e l’abiezione. Una volta nuda, Elisa le ordinò di mettersi a quattro zampe e di alzare il sedere verso di lei. Prese il frustino che aveva usato con lo schiavo e iniziò a tracciare linee leggere sulla pelle bianchissima della ragazza, pregustando il momento in cui quel candore sarebbe diventato rosso acceso.
«Ti senti bella, vero? Ti senti superiore a una come me?», le sussurrò Elisa, assestando il primo colpo secco. La ragazza cacciò un urlo acuto, un suono che eccitò Elisa più di qualunque gemito maschile. In quel grido c’era la capitolazione di tutte le ragazze “belle” che l’avevano derisa al liceo. Elisa non ebbe pietà. La frustò con una metodica crudeltà, alternando il cuoio alle sberle date con il palmo aperto, finché le natiche della ragazza non brillarono di un violaceo intenso.
Per finire la sessione, Elisa pretese l’umiliazione suprema. Prese una ciotola d’acqua, ci sputò dentro e la posò sul pavimento. «Bevi, cagnetta. E mentre lo fai, dimmi chi è la tua unica Padrona». La ragazza, con le lacrime agli occhi e il respiro affannato, bevve leccando l’acqua dal suolo, balbettando il nome di Elisa tra un sorso e l’altro. Elisa la guardava dall’alto, sentendosi finalmente una dea, una regina che non aveva bisogno di bellezza per essere adorata, ma solo di quella volontà d’acciaio che ora le permetteva di avere il mondo, maschi e femmine, letteralmente ai suoi piedi.
Quando la congedò, Elisa sapeva che questa schiava sarebbe tornata. Aveva visto nei suoi occhi non solo paura, ma una dipendenza assoluta verso quel donnone che finalmente l’aveva resa una cosa. Elisa si sdraiò sul letto, sola ma trionfante, accarezzando la pelle del suo frustino e sorridendo all’oscurità: la sua caccia era appena iniziata.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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