Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Dieci anni dopo, il nome di Elisa non circola più nei forum BDSM di bassa lega; è diventato un sussurro sacro, una leggenda urbana che abita i piani alti dei grattacieli di vetro e le ville immerse nel silenzio della brughiera. La “Gorgone” non abita più l’appartamento di periferia dove tutto ebbe inizio. Ora risiede in una dimora che è un capolavoro di architettura razionalista: cemento armato, vetro e acciaio, un riflesso speculare della sua anima. A quarant’anni, Elisa ha raggiunto una forma di bellezza monumentale. Non è dimagrita, non si è “corretta”; ha semplicemente espanso la sua presenza fisica fino a occupare ogni centimetro d’aria intorno a sé. Il suo viso sgraziato è ora una maschera di comando assoluto, dove ogni ruga d’espressione racconta una volontà che ha piegato destini.
Oggi Elisa non riceve più schiavi per “sessioni”; lei gestisce un ecosistema. È la Matriarca di una Fondazione che, dietro la facciata di consulenza d’alto livello, seleziona e addestra l’élite della sottomissione mondiale. Chi entra nel suo raggio d’azione cerca l’annientamento totale del sé per rinascere sotto il suo sguardo. Nella sua sala del trono — un immenso salone spoglio con un unico scranno di ossidiana al centro — Elisa osserva il mondo attraverso monitor che trasmettono in diretta dalle “stanze della resa” sparse per l’Europa. Non ha più bisogno di impugnare il frustino; le basta un cenno del capo o un messaggio vocale di pochi secondi per far tremare uomini d’affari a migliaia di chilometri di distanza.
Ma c’è un rito che Elisa riserva solo a se stessa, ogni primo lunedì del mese. È il momento in cui scende nel seminterrato della villa, una zona inaccessibile anche alla sua schiava più fidata, la “bionda” di dieci anni prima che ora funge da sua impeccabile governante e ombra. In quella stanza, conservati in teche di vetro come reperti archeologici, ci sono gli oggetti del suo esordio: il primo plug, la cintura logora del padre, il vecchio computer portatile da cui lanciò il primo annuncio. Davanti a quegli oggetti, Elisa si spoglia di ogni orpello, rimanendo nuda e immensa nella penombra. È l’unico momento in cui permette al ricordo della bambina derisa di sfiorarla, non per dolore, ma per nutrire l’incendio della sua determinazione.
La serata culmina con la visita al “Giardino dei Silenziosi”. Sul retro della villa, in un labirinto di siepi perfettamente potate, vivono tre uomini e due donne che hanno rinunciato permanentemente alla parola e all’identità civile. Sono le sue “opere d’arte” viventi. Elisa cammina tra loro come una divinità antica tra i suoi fedeli, sentendo il calore dei loro corpi che si prostrano al suo passaggio senza che lei debba emettere un solo ordine. In quel giardino, la distinzione tra maschio e femmina, tra bello e brutto, è stata cancellata dal livellatore universale del suo dominio.
Recentemente, Elisa ha ricevuto una lettera. Era di Marco, il capoclasse della famosa cena di dieci anni prima. Scriveva di aver perso tutto: il lavoro, la famiglia, la dignità. Implorava di essere ammesso alla sua presenza, di poter diventare anche lui un’ombra nel suo giardino. Elisa ha bruciato la lettera senza rispondere. La sua vendetta non si nutre di pietà, ma di oblio. Marco non era degno nemmeno del suo disprezzo; era solo un fantasma di una vita precedente che lei aveva già superato.
Mentre risale verso il salone superiore, Elisa si guarda allo specchio dell’ascensore. La luce fredda dei LED sottolinea la sua imponenza. Sa che la sua leggenda continuerà a crescere, che il suo impero di ossidiana è destinato a sopravviverle. Ha trasformato la solitudine in un’arma e la sgradevolezza in un culto. Si siede sul suo trono, mentre la governante bionda le porge un calice di vino scuro e si inginocchia ai suoi piedi per toglierle le scarpe. Elisa chiude gli occhi e ascolta il battito della villa, il respiro dei suoi schiavi, il ronzio del potere. Non c’è più rabbia, non c’è più astio. Solo la perfetta, gelida consapevolezza di essere diventata l’unica cosa che conta: la fine di ogni desiderio altrui.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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