Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il silenzio del lunedì mattina non era più un vuoto da colmare con l’insicurezza, ma il perimetro del regno di Elisa. Mentre sorseggiava il suo caffè, osservando attraverso la finestra la gente che correva verso uffici e responsabilità, provava una calma glaciale. Aveva capito che la sottomissione non era una questione di genere, ma di fame: la fame di chi vuole essere posseduto per non dover più scegliere. Elisa era diventata l’unica scelta possibile per una cerchia sempre più vasta di devoti. Il suo appartamento era diventato un crocevia di vite spezzate che cercavano di ricomporsi sotto il peso dei suoi piedi o il sibilo della sua cinghia.
Ma Elisa sentiva che mancava l’ultimo atto. Aveva dominato uomini che la temevano e donne che la invidiavano, ma non aveva ancora celebrato il suo trionfo definitivo: la distruzione dell’ultimo legame con la “Elisa” del passato. L’occasione arrivò sotto forma di un invito per la cena di classe dei vent’anni dal diploma. Un tempo, un evento del genere l’avrebbe gettata nel panico; ora, era il palcoscenico perfetto per la sua apoteosi. Elaborò un piano spietato. Rispose all’invito con una freddezza regale e, nel frattempo, scelse tra i suoi schiavi quello più attraente, un giovane avvocato di successo che passava i suoi weekend a leccare il pavimento della sua cucina.
La sera della cena, Elisa si presentò con un abito di velluto rosso sangue che non cercava di nascondere la sua stazza, ma la esaltava come un monumento al potere. Al suo fianco, l’avvocato fungeva da accessorio: un uomo bellissimo, elegante, che però non osava alzare lo sguardo senza il suo permesso. Entrare in quel ristorante fu come l’ingresso di una predatrice in un recinto di prede invecchiate e mediocri. Vide le facce dei suoi ex compagni: i bulli del liceo erano ora uomini brizzolati con la pancia e lo sguardo spento; le “belle” della classe erano donne appesantite dai rimpianti. Lo stupore nei loro occhi nel vederla così imponente, così sicura, circondata da un’aura di pericolosa autorità, fu il primo sorso del suo nettare.
A metà serata, quando l’alcol aveva sciolto le inibizioni e i vecchi compagni cercavano di approcciarla con una condiscendenza che Elisa stroncava con poche parole taglienti, lei decise di mostrare la verità. Sotto il tavolo, ordinò al suo accompagnatore di scivolare a terra e di iniziare a pulire le sue scarpe con la lingua. Lo fece davanti a tutti, senza un briciolo di vergogna, mentre continuava a sorseggiare il suo vino e a fissare negli occhi il “capoclasse” di un tempo, colui che l’aveva soprannominata “il mostro”. L’uomo balbettò qualcosa, inorridito e affascinato al tempo stesso, mentre Elisa rideva con un suono profondo e gutturale che ammutolì l’intera tavolata.
«Vedi, Marco,» disse Elisa con voce ferma, indicando l’uomo ai suoi piedi, «lui è tutto ciò che voi avreste voluto essere, ma non avete mai avuto il coraggio di ammettere. Lui è libero perché appartiene a me. Voi, invece, appartenete solo alla vostra mediocrità». Quella sera, Elisa non cercò vendetta fisica; cercò l’annientamento psicologico. Lasciò il ristorante mentre il silenzio la seguiva come un mantello, consapevole di aver riscritto la storia del suo dolore. Tornata a casa, si tolse l’abito e rimase nuda davanti allo specchio. Non vide più un viso sgraziato o un corpo sproporzionato; vide una Regina di Ossidiana, un essere che aveva trasformato il fango delle umiliazioni nel metallo prezioso del dominio.
L’ultimo capitolo della sua vita precedente era chiuso. Elisa non era più una vittima, non era più solo una donna; era un’entità, una forza della natura che avrebbe continuato a collezionare anime, maschi e femmine, senza distinzione. Si sdraiò sul letto, chiamando a sé la sua schiava bionda che la attendeva nell’ombra della stanza. Mentre la ragazza iniziava a servirla con la devozione di chi ha trovato finalmente un Dio, Elisa chiuse gli occhi e sorrise. La bambina che piangeva in corridoio era finalmente morta, e al suo posto era nata una Padrona che non avrebbe mai più permesso al mondo di distogliere lo sguardo. Il gioco era appena iniziato, e stavolta, le regole le dettava lei, per sempre.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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