Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il ritmo si fece insostenibile mentre la serata scivolava verso la sua conclusione naturale, quella sorta di parossismo collettivo dove le singole identità svanivano del tutto. Alessandro era ancora scosso dai brividi post-orgasmici dopo il trattamento ricevuto da Chiara, ma il gioco non mostrava segni di cedimento. L’ultimo biglietto estratto dalla coppa sembrava un verdetto finale: “Mucchio selvaggio. Nessun escluso”.
Non ci fu bisogno di far girare la bottiglia. In un tacito accordo che solo anni di confidenza e mesi di depravazione condivisa potevano cementare, ci ammassammo al centro della stanza. Fu un groviglio di arti, di bocche che cercavano pelli diverse, di mani che non sapevano più a chi appartenessero. L’odore del sesso e dell’urina si mescolava a quello della cenere delle sigarette spente e del sudore acido. Per un tempo indefinito, fummo solo carne in movimento: Caterina che accoglieva due di noi contemporaneamente, Giulia che dirigeva i giochi con una calma quasi sacerdotale, e noi maschi che perdevamo ogni traccia di virilità competitiva per diventare puri strumenti di piacere e dolore.
Poi, come un meccanismo che esaurisce la molla, il movimento rallentò. I respiri, prima strozzati e violenti, tornarono a farsi regolari, seppur pesanti. Ci staccammo l’uno dall’altro con una lentezza quasi malinconica. La stanza era un campo di battaglia: vestiti sparsi ovunque, giocattoli sporchi di lubrificante abbandonati sul parquet, bottiglie vuote.
Senza scambiarci troppe parole, iniziammo il rituale della pulizia. Era la parte più strana, quella che ci permetteva di tornare a essere i “bravi ragazzi” che il mondo conosceva. Ci aiutammo a lavarci via i segni più evidenti della serata, passandoci salviette umidificate e sorsi d’acqua gelata. Marco, il padrone di casa, accese un incenso per coprire l’odore pesante del peccato, mentre noi ci infilavamo di nuovo i jeans, le camicie e i maglioni, nascondendo i morsi sui colli e i segni rossi delle frustate sotto tessuti rassicuranti.
Alle tre del mattino eravamo sul marciapiede, davanti al portone del palazzo. L’aria fredda della notte milanese ci colpì il viso, riportandoci alla realtà con una sferzata brutale. «Allora, tra due settimane da Giulia?» chiese Marco, accendendosi l’ultima sigaretta. «Sì, solito orario,» rispose lei, sistemandosi i capelli biondi che, solo un’ora prima, erano stati usati come redini. Ci salutammo con brevi cenni del capo, come colleghi dopo un turno di lavoro particolarmente faticoso. Non c’erano baci, non c’erano promesse d’amore. Ognuno si avviò verso la propria auto o la propria fermata, pronto a rientrare in una vita fatta di esami universitari, colloqui di lavoro e fidanzati ignari.
Mentre camminavo verso casa, sentivo il bruciore del piscio ormai secco sulla pelle del petto e il peso del segreto che portavo dentro. Eravamo sette sconosciuti per il resto del mondo, ma in quel cerchio eravamo l’unica verità che contava. Il gioco era finito, ma la sua eco avrebbe continuato a vibrare sotto la mia pelle fino alla prossima rotazione della bottiglia.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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