Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
“Hai quindici minuti di ritardo. Spero tu sia già nudo e con una buona scusa.”
La voce di Mister Master arrivò attraverso le casse del computer come una frustata gelida. Avevo sottovalutato quel nome, convinto che dietro ci fosse il solito millantatore da chat. Mi sbagliavo. In pochi secondi ero nudo, in ginocchio sul pavimento freddo, con la webcam che inquadrava la mia sottomissione.
“Presentati,” ordinò. La sua voce era piatta, priva di emozione, il tono di chi è abituato a essere obbedito senza discussioni. “Sono L., ho 37 anni. Sono uno schiavo, Signore.” “E cosa ti piace, schiavo?” “Essere umiliato. Essere sottomesso.”
Mi fece esibire come merce al mercato. Il mio sesso, già teso, veniva scrutato attraverso i pixel; poi il mio culo, divaricato con le dita finché la pelle non bruciava, offerto alla telecamera come un invito. Ma il vero gioco iniziò quando mi ordinò di reperire “gli strumenti”. Cinque minuti. In ginocchio. Mi ritrovai a strisciare per casa come un animale, accumulando candele, elastici, spago, carote e la cassetta degli attrezzi. Arrivai con due minuti di ritardo e la punizione fu immediata: cento colpi di cinta sulle chiappe. Il rumore del cuoio che sbatteva sulla mia carne doveva sentirsi bene attraverso il microfono, perché lui commentava ogni colpo, esigendo sempre più forza finché il mio sedere non divenne una mappa di dolore viola.
“Ora, prepara il tuo culo.” Infilai una carota in un preservativo, la legai con lo spago e la spinsi dentro. Il lubrificante e il desiderio la fecero scivolare in profondità, lasciando fuori solo il cordino, come la miccia di una bomba pronta a esplodere. Ma il peggio — o il meglio — doveva ancora venire.
Mister Master passò al mio sesso. Mi ordinò di strozzare la base del cazzo e i testicoli con degli elastici strettissimi. La pelle divenne scura, congestionata, quasi insensibile. Poi, l’ordine che mi fece gelare il sangue: “Prendi una punta da trapano. Infilala nell’uretra.” Il freddo dell’acciaio contro la mucosa sensibile fu uno shock. La spingevo dentro e fuori, “scopando” il mio stesso meato, finché lui non decise che non bastava. La punta scivolava via, così la sostituimmo con due cotton fioc. Restarono lì, fissi, come due sentinelle bianche conficcate nella mia carne.
“È il momento della cera.” Accesi le candele scaldavivande. La prima colata sui capezzoli fu un lampo di fuoco che mi fece inarcare la schiena, la cera liquida che scivolava verso l’ombelico come lava. Poi passammo al cazzo. Glassò ogni millimetro, dalla base alla cappella, sigillando i cotton fioc nel buchetto con uno strato lucido e bollente.
Ma il culmine fu la terza candela. Mi fece sedere a gambe aperte, portando la fiamma a pochi millimetri dal mio ano e dalle palle. Sentivo l’odore dei peli bruciati, il calore che diventava insopportabile. “Ora rovesciala. Tutta. Sulle palle.” Lo feci. Un urlo soffocato mi morì in gola mentre la cera bollente investiva lo scroto e colava verso l’ano, creando una corazza di dolore che mi lasciò tramortito. Ero KO. Una statua di carne glassata e umiliata.
Lui mi guardava dal suo schermo, visibilmente soddisfatto della sua opera. “Ti è piaciuto, troietta?” “Sì, Signore… ma la prego, non ce la faccio più.” “Non decidi tu quando è finita. Ma per oggi può bastare. Ti voglio nel mio harem. Vuoi essere mio?”
Non c’era spazio per il dubbio. Quell’agonia era diventata la mia unica realtà. “Lo voglio, Signore.” “Allora brinda con me.”
Sapevo cosa intendeva. Presi il bicchierino dove avevo sborrato all’inizio della sessione. Lo guardai per un istante, il mio stesso seme, denso e opalescente, e lo bevvi in un unico, definitivo sorso. Il sapore della mia stessa sottomissione chiuse la serata. Ero ufficialmente una sua proprietà.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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