Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il dolore dei punti metallici sulla coscia era diventato un bruciore sordo, un rintocco costante che scandiva le ore passate in ufficio. Ogni volta che mi alzavo per prendere un fascicolo o per congedare un cliente, il foglio tirava la pelle e io, con la precisione di un automa, inviavo il mio messaggio rituale su Telegram.
Alle 19:30, finalmente, la porta di casa si chiuse alle mie spalle. Il silenzio dell’appartamento mi avvolse, ma non era il silenzio della libertà; era l’attesa del padrone.
Il telefono vibrò mentre lanciavo le chiavi sul mobile all’ingresso. “In bagno. Voglio vedere il raccolto della giornata.”
Mi spogliai con gesti lenti, quasi solenni. Estrassi il plug con un gemito di sollievo che si trasformò subito in una smorfia quando dovetti staccare il nastro adesivo che fissava le mutandine. Infine, arrivai al foglio sulla coscia. I punti avevano tenuto, la pelle intorno era arrossata e gonfia, ma il sangue era rimasto confinato sotto il bordo dei pantaloni.
“Rimuovi i punti. Uno alla volta. Inquadra bene,” ordinò Mister Master una volta avviata la cam.
Eseguii nel silenzio più assoluto, usando le unghie per sollevare le alette di metallo. Non era il sangue a eccitarmi, ma l’idea che lui avesse camminato con me tutto il giorno, nascosto in quei piccoli frammenti d’acciaio. “Bravo schiavo. Ora pulisciti e vai in cucina. È ora del dolce, e stasera non useremo lo zucchero.”
In cucina, il Padrone mi ordinò di prendere un limone, del sale e del ghiaccio. “Inginocchiati. Voglio che prepari il tuo corpo per la cena. Passa il ghiaccio su tutto il petto e sul cazzo finché non perdi la sensibilità. Voglio vederti tremare.”
Lo feci. Il freddo era pungente, quasi doloroso, e la pelle d’oca ricoprì ogni centimetro del mio corpo nudo. Il mio sesso si contrasse, diventando piccolo e duro come un sasso. Quando fui abbastanza intorpidito, Mister Master parlò di nuovo, la voce che scivolava morbida e carica di un’autorità indiscutibile.
“Taglia il limone. Spremi il succo in un bicchiere e aggiungi tre cucchiai di sale. Mescola.” L’intruglio era una soluzione satura, biancastra e acida. “Ora, prendi un contagocce o una cannuccia. Voglio che ne versi dieci gocce dentro il tuo buchino. Sì, proprio lì, dove oggi hai tenuto i cotton fioc.”
Fu peggio di qualsiasi cinghiata. Il bruciore dell’acido citrico e del sale nell’uretra fu un fulmine che mi attraversò il bacino. Mi inarcai, le mani serrate sul pavimento della cucina per non urlare. “Non muoverti, troietta. Resta in posa. Fammi vedere come il tuo cazzo reagisce alla mia medicina.”
Mentre lottavo con l’incendio interno, lui mi ordinò di sdraiarmi a pancia in su. “Prendi lo spago. Lega i tuoi alluci alle gambe del tavolo, divaricati al massimo. Voglio che il tuo ventre sia una tavola apparecchiata.”
Ero bloccato, le gambe spalancate, il bruciore dell’uretra che scemava lentamente lasciando il posto a una strana, perversa euforia. Il Padrone mi fece versare il resto del succo di limone e sale nell’ombelico, creando una piccola pozza corrosiva sulla mia pelle. “Stasera imparerai la pazienza. Resterai così per i prossimi trenta minuti. Se versi una sola goccia di quel liquido muovendoti, domani in ufficio dovrai indossare un altro foglio, ma stavolta sulla pancia.”
Rimasi immobile, fissando il soffitto della cucina. Il respiro era l’unica cosa che mi era concessa. Potevo sentire il battito del mio cuore vibrare nell’ombelico, agitando la superficie del liquido acido. Mister Master non parlava più; mi guardava e basta, godendosi la mia immobilità forzata.
Dopo un’eternità, la sua voce interruppe il silenzio. “Il tempo è scaduto. Slega le gambe, ma non alzarti. Bevi quello che hai nell’ombelico, leccalo via finché la pelle non è asciutta. Poi vai a letto. Dormirai nudo, sul pavimento di fianco al letto, non sopra. Domani mattina ti darò la sveglia alle 6:00. Abbiamo molto lavoro da fare.”
Leccai via l’acido e il sale, sentendo il sapore della mia sottomissione bruciarmi la lingua. Mi trascinai in camera e mi sdraiai sul tappeto, nudo e vibrante di una stanchezza che non era fisica, ma spirituale. Ero suo. In ogni fibra, in ogni bruciore, in ogni respiro.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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