Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Selen. Un nome che suonava come una promessa o una condanna. Si era presentata così, la metà femminile di una coppia di Pavia in cerca di un “cagnolino”. La chat non era stata una conversazione, era stata un’esecuzione. Domande a raffica, brevi, secche, invasive. “Di dove sei?” “Cosa fai?” “Cosa significa per te servire?” Non mi lasciava il tempo di respirare, figuriamoci di riflettere. Mi sono ritrovato a svuotare il sacco, a consegnarle i miei segreti più inconfessabili tra una risposta banale e l’altra, mentre il pomeriggio scivolava via in quella confessione forzata. Poi, il taglio netto. Niente saluti, niente convenevoli. Solo un indirizzo mail e il silenzio.
Le ho scritto subito, un po’ per cortesia, molto per marcare il territorio e assicurarmi che non fosse un fantasma digitale. La risposta è arrivata quella sera stessa, come una frustata: “Ho parlato di te al mio Lui. Anche lui vuole conoscerti. Ma prima, vogliamo vederti. Mandaci una foto: nudo e in ginocchio.”
L’ho scattata senza pensare. Il flash del telefono ha illuminato la mia sottomissione in una stanza vuota. L’ho inviata. La replica è stata un terremoto: “Ti aspettiamo a Pavia, Motel XXX, tra un’ora. Non farci aspettare. Chiama questo numero quando arrivi.”
Ero paralizzato. Pavia era a quaranta minuti di strada. Avevo venti minuti per decidere se cambiare la mia vita o restare al sicuro nella mia mediocrità. Mi sono infilato sotto la doccia, sperando che l’acqua fredda schiarisse i pensieri. I pro e i contro lottavano nella mia testa: l’eccitazione di servire una coppia contro l’ignoto di un corpo maschile mai toccato; l’anonimato di una città lontana contro il terrore di non sapere cosa mi avrebbero fatto.
Non sapevo nulla di loro. Non c’era una parola sui limiti, sui gusti, sulla sicurezza. C’era solo un ordine. Mentre cercavo una scusa per restare a casa, mi sono ritrovato in macchina. Le mani sul volante, la direzione era già segnata. Inconsciamente, il mio corpo aveva già scelto per me. Ogni chilometro di autostrada era un punto di non ritorno, un progressivo scivolare verso il ruolo di “cagnolino” che Selen aveva preparato.
Il Motel era una struttura moderna, discreta, studiata per chi ha segreti da consumare. Piccole dependance indipendenti, ognuna col suo parcheggio riparato. Il luogo perfetto per sparire. Ho chiamato il numero.
“Entra. Stanza 7,” ha risposto una voce di donna. Ferma, senza inflessioni, gelida come un comando militare.
Ho trovato il numero 7. Ho spento il motore. Il silenzio dell’abitacolo è stato interrotto solo dal ticchettio del metallo che si raffreddava. Ero lì. Nudo sotto i vestiti nel senso più profondo del termine. Ho aperto la portiera. Non c’era più spazio per i dubbi, solo per l’obbedienza.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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