Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Quella notte il sonno fu un miraggio. Ogni volta che chiudevo gli occhi, sentivo ancora la pressione delle sue dita e il sapore aspro del suo seme in gola. Il divieto di masturbarmi era un supplizio fisico; il desiderio pulsava tra le gambe, ma il timore reverenziale per il Padrone era un freno più potente di qualsiasi lucchetto.
Alle nove del mattino, lo schermo del telefono si illuminò: “Ore 18. In camera da me.”
Passai la giornata al mare con i miei, una tortura di normalità fatta di crema solare e chiacchiere balneari. Ero presente solo fisicamente; la mia mente era già in quella stanza d’albergo. Alle 17 ero già sotto la doccia, il cuore che batteva un ritmo frenetico contro lo sterno. Quando bussai alla sua porta, ero un groviglio di nervi ed eccitazione.
“Spogliati. A quattro zampe sul tavolino,” ordinò appena richiusa la porta.
L’ispezione fu ancora più meticolosa della sera prima. Le sue mani, calde e spietate, esplorarono ogni centimetro della mia pelle. “Bene,” sentenziò infine. “Vedo che hai intenzione di fare sul serio. Da oggi inizia il tuo addestramento. Se a fine settimana sarò soddisfatto, diventerai mio ufficialmente. E allora, non si torna più indietro.”
Mi fece scendere dal tavolo e mi ordinò di inginocchiarmi ai suoi piedi. “L’estetica è parte della tua funzione. Un mio schiavo deve essere impeccabile. Oggi ti depilo io, ma dalla prossima volta dovrai presentarti liscio come uno specchio. Chiaro?” “Sì, Padrone,” sussurrai, la gola secca.
Mi fece stendere sul letto, a pancia in su, le gambe divaricate e sollevate. Il freddo della schiuma da barba fu un brivido improvviso, seguito dal suono sinistro del rasoio che scorreva sulla pelle sensibile dell’inguine. Mi sentivo nudo due volte: senza vestiti e, ora, senza quella minima protezione naturale. Quando finì, passò un dito lungo il solco tra le mie chiappe, ora perfettamente liscio. “Perfetto. Adesso vediamo di insegnarti a essere una brava puttanella.”
Mi trascinò giù dal letto, lasciandomi in ginocchio sul pavimento mentre lui restava seduto sul bordo. Abbassò il costume. Il suo cazzo era già prepotente, scuro, pronto. “Vediamo cosa hai imparato.”
Iniziai. Quello che seguì fu un pompino interminabile. I minuti perdevano significato mentre la mia bocca lavorava senza sosta. Lui non si limitava a ricevere: impartiva ordini secchi, correggeva l’angolazione della mia testa, mi obbligava a usare la lingua dove voleva lui, a strozzarmi sulla sua lunghezza. Sembrava quasi indifferente, come se fossi un oggetto meccanico, ma la durezza marmorea tra le mie labbra smentiva il suo distacco.
Ero eccitato da star male. Il mio sesso batteva contro la mia pancia, gonfiandosi oltre ogni limite. Lui se ne accorse. Si staccò dalla mia bocca e mi mise in mano un bicchiere di vetro. “Tieni. Mentre mi succhi, ti segherai. Voglio che sborri qui dentro, ma non oserai smettere di masturbarti finché non avrò finito io.”
Fu un esercizio di coordinazione e lussuria estrema. Il piacere represso esplose in un attimo; sborrai nel bicchiere con violenza, e poco dopo, mentre la sua spinta in gola si faceva più furiosa, venni una seconda volta. Lui infine esplose, inondandomi la bocca. “Resta così. Non ingoiare,” ordinò.
Tornò dalla valigia con un dildo a ventosa, enorme e nero. Lo fissò al pavimento, proprio al centro della stanza. “Ora manda giù.” Deglutii il suo seme, sentendo il calore scivolare nello stomaco. Mi condusse a quattro zampe davanti a quel simulacro di gomma. “Non sprecherò il mio cazzo per sverginare un buco stretto come il tuo. Lo farai da solo. Impalati. Puoi usare la tua sborra e la saliva per lubrificarti.”
Ero terrorizzato, ma la gratitudine che provai in quel momento fu quasi patologica. “Grazie, Padrone.” Intinsi le dita nel bicchiere, spalmando il mio liquido seminale sull’asta di gomma e poi intorno al mio ano, cercando di ammorbidire la resistenza della carne. Mi alzai in piedi, le gambe che tremavano. Sotto il suo sguardo divertito, puntai la punta contro il mio buco e iniziai a scendere.
Il dolore fu acuto, una sensazione di lacerazione che mi mozzò il respiro. Mi fermai a metà, incapace di proseguire. “Siediti,” sibilò lui. “Smetti di fare resistenza. Prendilo tutto.” Eseguì. Mi lasciai cadere e sentii il dildo farsi strada prepotentemente fino in fondo. Un gemito mi scappò dalle labbra, un misto di agonia e un piacere distorto, profondissimo.
“Muoviti. Su e giù.” Iniziai a saltellare su quel fallo di gomma, gli occhi lucidi e il respiro spezzato. Mi sentivo una troia, un giocattolo che si auto-puniva per il piacere del suo padrone. Dopo qualche minuto mi ordinò di mettermi “a pecora” per controllare i danni. Mi divaricai le chiappe con le mani, offrendogli la vista del mio ano dilatato e arrossato. “Non basta ancora,” disse lui, staccando il dildo e fissandolo alla parete.
Mi ordinò di rimetterlo dentro in quella posizione, spingendo contro il muro. Questa volta, mentre la gomma mi riempiva da dietro, lui si mise davanti a me col cazzo di nuovo duro. Mi fece succhiare di nuovo, dettando il ritmo: ogni sua spinta nella mia gola coincideva con una mia spinta contro il dildo. Ero preso in mezzo, violato in ogni orifizio.
Quando decise che ero pronto, tolse il dildo e lo sostituì con se stesso. Fu una scopata brutale, necessaria, definitiva. Sentii il suo calore esplodermi dentro, un sigillo di possesso che mi lasciò esausto.
Mentre mi ripulivo, mi lanciò un paio di mutandine di pizzo rosa. Da donna. “Indossale. Ora andiamo a cena.”
Il resto della serata fu un surreale esercizio di normalità. Seduti al ristorante, parlavamo di cucina e di vacanze come due turisti qualsiasi. Ma sotto i miei jeans, il pizzo sottile graffiava la pelle depilata e il mio culo bruciava, colante del piacere del mio Padrone. Quella discrepanza tra l’apparenza e la mia realtà di schiavo era la droga più potente che avessi mai provato
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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