Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La Toscana ad agosto sa essere spietata. Non è solo il caldo; è quella fissità dorata che rende ogni martedì sera una fotocopia sbiadita del precedente. La cena con i miei e i loro amici era un esercizio di sopravvivenza: chiacchiere vuote sul vino, sul lavoro, sul nulla. Bevevo meccanicamente, cercando nel fondo del bicchiere una via d’uscita che non fosse solo geografica.
Quando ho annunciato che avrei fatto un giro in paese, l’ho fatto con la disperazione di chi cerca un incendio per sentirsi vivo.
Il locale era uno di quelli anonimi, saturo di luci soffuse e di un’umidità che ti s’appiccica addosso come una seconda pelle. Mi sono seduto al bancone, ordinando una birra che non volevo davvero. Poi è arrivato lui. Trentacinque anni, un’aria di chi sa esattamente dove si trova e perché. Non ha chiesto il permesso; ha preso spazio.
I discorsi sono scivolati via insieme ai drink. Dalla bionda ghiacciata siamo passati ai Long Island, pesanti e torbidi. Più l’alcol mi riscaldava il sangue, più le sue parole si facevano affilate. Non parlava di hobby o di meteo. Parlava di potere. Mi ha raccontato di schiavi e di sottomissione con una precisione chirurgica, descrivendo pratiche che facevano vibrare qualcosa di profondo e proibito nel mio stomaco. Non usava mezzi termini. Dipingeva quadri di possesso assoluto mentre io, stordito e con il battito accelerato, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso.
Verso l’una, l’aria del locale era diventata irrespirabile. “Ho bisogno di respirare,” ho biascicato. “Ti accompagno,” ha risposto lui. Non era un invito, era una constatazione.
Passeggiavamo sul lungomare, il suono della risacca che scandiva il silenzio tra una sua sentenza e l’altra. “Saresti un ottimo schiavetto, sai?” La sua voce era bassa, carica di una certezza irritante. Ho ridotto tutto a una risata nervosa, ma il corpo mi stava già tradendo. Senza fermarsi, ha allungato una mano e ha afferrato il mio pacco attraverso i jeans. Il contrasto tra la sua presa ferma e il mio imbarazzo mi ha mozzato il fiato. “Se non avessi voluto provare, non saresti così duro,” ha sussurrato, leggendo la mia eccitazione come un libro aperto.
Mi ha guidato in una zona d’ombra, protetta dai pini marittimi e dal silenzio della notte. “Voglio farti un test.” Il cuore mi martellava contro le costole mentre, su suo ordine, mi spogliavo completamente. La vulnerabilità di essere nudo all’aperto, col terrore che un passante potesse squarciare quel momento, rendeva tutto intollerabilmente erotico. “A quattro zampe. Ora.”
Mi sono piegato, sentendo l’asfalto freddo sotto i palmi e le ginocchia. Le sue mani hanno iniziato a perlustrarmi. Non erano carezze: era un’ispezione. Sentivo le sue dita frugare tra le pieghe del mio corpo, pesare i miei testicoli, sondare la consistenza della mia pelle. Mi sentivo un animale da fiera, una proprietà valutata dal suo compratore. Quando la mia eccitazione ha raggiunto il picco, lui si è ritratto bruscamente. “Rivestiti.”
Il ritorno alla realtà è stato un urto. Una volta ricomposto, mi ha guardato dritto negli occhi, la sua figura stagliata contro le luci del porto. “Vuoi andare oltre?”
In quel momento, l’universo si è contratto in due sole opzioni. Avrei potuto fare domande, chiedere garanzie, ma sapevo che il linguaggio del dominio non ammette negoziazioni. Ho abbassato il capo, sottomettendo lo sguardo e la volontà. “Sì, Padrone.”
Il suo sorriso è mutato: era il sorriso di chi ha appena preso possesso di un nuovo giocattolo. Mi ha portato nel suo albergo. La stanza era asettica, illuminata solo dalle luci della città che filtravano dalle tende. Mi ha ordinato di spogliarmi di nuovo e di mettermi in ginocchio ai piedi del letto, dove lui si era seduto come un monarca sul trono.
Per quindici minuti ha dettato le regole. Posizioni, titoli, sguardi, divieti. Ogni parola era un mattone della mia nuova prigione. Poi, l’ispezione finale. Con una calma metodica ha ricominciato dai piedi, valutando ogni callosità, ogni muscolo. Le sue mani sono risalite fino al mio sesso; ha scoperto il glande con dita esperte, premendo e tirando, saggiando la mia resistenza al dolore e al piacere.
Poi mi ha colpito. Due sculacciate secche, violente, che hanno lasciato un calore sordo sulle chiappe. Mi ha divaricato le gambe, offrendo il mio centro al suo sguardo clinico. Ho sentito la pressione di un dito contro lo sfintere. È entrato con forza, senza preamboli. Il dolore mi ha fatto contrarre, ma lui non era soddisfatto. “In bocca,” ha ordinato. Mi ha infilato il dito tra le labbra, costringendomi a bagnarlo, a lubrificarlo con la mia saliva. Poi lo ha spinto di nuovo dentro di me, con un ritmo cadenzato, finché non ha deciso che ero pronto.
“Va bene,” ha esclamato, con una nota di fredda approvazione. “Mi puoi andare bene come schiavo.”
Prima di congedarmi, si è spogliato. Si è sdraiato sul letto, la sua virilità esposta e imponente. “Fammi vedere cosa sai fare.” Non avevo mai preso un cazzo in bocca in vita mia. Eppure, guidato da una fame che non sapevo di avere, mi sono avventato su di lui. Sotto le sue istruzioni secche, ho imparato il ritmo, la profondità, il sapore. Ero in trance. Mi ha spinto a leccargli il buco del culo, un gesto di umiliazione che mi ha fatto divampare il sangue. Al culmine, ha afferrato le mie ciocche di capelli, bloccandomi la testa contro il suo bacino.
Un fiotto caldo e denso mi ha invaso la gola. Ho ingoiato tutto, ogni singola goccia del suo seme, pulendo meticolosamente il suo cazzo con la lingua finché non è tornato lucido e inerte.
Ero sfinito, svuotato. “Torna domani alle sedici. Avremo molto da fare,” ha detto, rivestendosi con noncuranza. “E non azzardarti a toccarti. Ti proibisco di masturbarti fino a quando non sarai di nuovo davanti a me.”
Sono uscito dall’albergo alle quattro di notte. Il lungomare era deserto, l’aria finalmente fresca. Mentre tornavo a casa, il sapore acre e dolciastro della sua sborra ancora persisteva sul mio palato. Non ero più il ragazzo annoiato di poche ore prima. Ero una proprietà. E quella consapevolezza era la cosa più eccitante che avessi mai provato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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