Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il foglio di carta ruvida era rimasto sul cruscotto per giorni, un monito bianco che sembrava bruciare al tatto. M. e G. avevano lasciato un numero di telefono scritto in calce, un invito che era al tempo stesso un ricatto morale e una promessa di perdizione. Nonostante lo shock iniziale, il ricordo di quelle mani guantate che esploravano i miei confini mi aveva perseguitata in ogni momento di solitudine. Mi ero sorpresa a masturbarmi nel buio della mia stanza, immaginando non la dolcezza di un amante, ma il gelo clinico di quell’ambulatorio improvvisato.
Alla fine, la fame aveva vinto sulla prudenza. Avevo chiamato. La voce della “dottoressa” G. era stata calma, quasi accogliente. «Sapevamo che saresti tornata, Elena. Questa volta, però, la visita non sarà gratuita. E non sarà breve».
L’appuntamento non era in ospedale, ma in un attico dal design minimalista nel cuore della città. Quando varcai la soglia, l’atmosfera era satura di un’eleganza spietata. M. mi aspettava in piedi, vestito con un camice bianco immacolato sopra un abito scuro, mentre G. indossava una divisa da infermiera in lattice grigio che le fasciava il corpo come una seconda pelle. Non ci furono saluti cordiali.
«In ginocchio,» ordinò M. «Il primo stadio della visita è l’umiliazione del pudore».
Obbedii senza fiatare, sentendo il tappeto lussuoso sotto le ginocchia. G. si avvicinò e, con gesti esperti, mi bendò gli occhi con una fascia di seta nera. Il buio amplificò ogni sensazione. Sentii le loro mani spogliarmi con una velocità chirurgica, sfilando ogni indumento finché non rimasi nuda al centro della stanza, esposta a sguardi che non potevo vedere ma che sentivo bruciare sulla pelle.
«La diagnosi precedente parlava di un blocco,» mormorò la voce di M. vicino al mio orecchio. «Oggi procederemo con una terapia d’urto».
Fui sollevata di peso e adagiata su un tavolo metallico, freddo e liscio come una lastra d’obitorio. Le mie caviglie e i miei polsi furono fissati a dei fermi laterali. Ero aperta, totalmente vulnerabile. Sentii il rumore metallico di strumenti che venivano disposti su un vassoio. G. iniziò a spalmarmi un gel freddo su tutto il corpo, dalle punte dei piedi fino al collo, massaggiando con una pressione che faceva vibrare ogni terminazione nervosa.
«Il soggetto mostra una reattività epidermica eccellente,» commentò lei, mentre sentivo il turgore dei miei capezzoli rispondere a quel tocco sistematico.
Poi, l’invasione ebbe inizio. Non usarono dita. Sentii la pressione di un divaricatore che apriva la mia vagina con una forza decisa, seguito quasi immediatamente da un altro strumento che cercava l’ingresso del mio ano. La doppia dilatazione meccanica mi strappò un urlo che morì contro il soffitto. Non c’era spazio per il dubbio: ero stata ridotta a un apparato da esperimento.
«Rilassati, Elena. Più ti opponi, più il metallo ti reclamerà,» disse M.
Sentii degli elettrodi posizionarsi sul mio clitoride. Piccole scariche elettriche, a intervalli regolari, iniziarono a scuotere il mio bacino, mentre le mani di G. lavoravano con dei dilatatori sempre più grandi nei miei orifizi. Era una sinfonia di pressione e scosse, un assedio programmato per abbattere le mie ultime difese. Quando il mio corpo iniziò a inarcarsi in preda a un orgasmo indotto dalla tecnologia e dalla perversione, loro non si fermarono.
«Non abbiamo ancora finito con il trattamento rettale,» sibilò G.
Sentii il peso di un corpo che si posizionava tra le mie gambe. M. si era tolto il camice. La sua carne, calda e prepotente, prese il posto del metallo. Mi penetrò nel buco posteriore con un affondo che mi fece vedere le stelle, mentre G. usava un vibratore industriale per occupare la mia vagina. Ero letteralmente sventrata, colmata da due forze diverse che cooperavano per distruggermi.
Gridavo il suo nome, gridavo di piacere e di dolore, mentre la stanza si riempiva del rumore dei corpi che sbattevano e del ronzio costante degli strumenti. Quando M. raggiunse l’apice dentro di me, sentii il calore del suo seme inondare il mio retto, una sensazione di pienezza che mi fece perdere i sensi per qualche istante.
Mi risvegliai quando mi tolsero la benda. La stanza era in penombra. M. e G. mi guardavano con un’espressione di gelida soddisfazione. Ero sporca di lubrificante, sudore e fluidi, ma mi sentivo, per la prima volta, guarita.
«La terapia è conclusa, per oggi,» disse G. porgendomi un bicchiere d’acqua. «Ma la tua cartella clinica resta aperta. Ti contatteremo noi per il richiamo».
Uscii da quell’attico camminando a fatica, con la sensazione di essere stata smontata e rimontata pezzo per pezzo. Sapevo che non sarei mai più tornata dal mio vecchio ginecologo. La mia salute, ormai, dipendeva solo dalle loro cure spietate.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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