Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il silenzio dei corridoi dell’ospedale avrebbe dovuto insospettirmi sin dall’inizio. Quell’atmosfera rarefatta, quasi spettrale, non era la solita calca del pomeriggio; eppure, spinta dall’urgenza di non sprecare il permesso lavorativo, salii dritta al quarto piano. Solo davanti alla porta chiusa del mio ginecologo compresi l’errore: uno sciopero totale dei medici, annunciato da giorni e da me completamente ignorato. Mentre già immaginavo le lamentele della mia titolare per l’ennesimo permesso sprecato, una donna dall’aria professionale, camice bianco e cartella clinica sottobraccio, uscì da un ufficio laterale.
Mi ascoltò con una pazienza insolita, poi rientrò in una stanza vicina. Ne riemerse dopo qualche minuto con un sorriso rassicurante: «È fortunata. Il mio tutor, un luminare che sta supervisionando la mia specializzazione, ha un buco tra una consulenza e l’altra. È anche un esperto sessuologo, un ramo che mi affascina molto. Se per lei non è un problema che io assista alla visita per fini didattici, possiamo procedere subito».
Ero sconcertata, ma la prospettiva di risolvere il problema e la gentilezza della donna mi spinsero ad accettare. Mi fecero accomodare in un ambulatorio spazioso, dove incontrai il medico: un uomo sulla quarantina, statura media, lineamenti distinti e un tono di voce calmo, quasi ipnotico. La sua assistente, una mora magra dallo sguardo acuto, si posizionò accanto a lui con un taccuino.
L’anamnesi iniziò in modo convenzionale, ma scivolò rapidamente in un territorio inaspettatamente intimo. Il medico non si limitò alla storia clinica, ma iniziò a scavare nelle mie abitudini più segrete: l’età del primo rapporto, la frequenza delle eiaculazioni del partner, la mia confidenza con il sesso orale e anale, persino eventuali curiosità omosessuali. Ogni domanda era un colpo al mio pudore, ma il suo distacco professionale mi costringeva a rispondere con una sincerità disarmante.
«Bene, ora dobbiamo procedere all’esame obiettivo. Si spogli dietro il paravento.»
Mi tolsi gonna, calze e slip, convinta che bastasse. Ma quando feci per uscire, la voce del medico mi fermò. «Scusi, forse non mi sono spiegato. Dovrebbe togliersi tutto. Ogni indumento. La visita sessuologica richiede l’osservazione della reazione epidermica totale. Grazie.»
Tornai nell’ombra del paravento, il cuore che batteva contro le costole. Sfilai la camicia e il reggiseno, sentendo il fresco dell’aria sulla pelle nuda. Uscii allo scoperto, sentendomi vulnerabile come mai in vita mia, esposta alla luce cruda dei neon e agli occhi di quei due estranei in camice.
«Non sia tesa,» mormorò lui, mentre mi invitava a divaricare le gambe. «Il corpo non ha segreti per la medicina.»
Iniziò tastando i seni, ma non era una palpazione rapida. Le sue dita indugiarono sui capezzoli, solleticandoli, tirandoli con una pressione calcolata che li fece fiorire e indurire all’istante. Invitò la collega a fare altrettanto, spiegandole la reattività dei tessuti. Sentivo il calore salirmi al volto mentre le mani dei due si alternavano sul mio petto. Poi, la mano del medico scese più in basso. Accarezzò il pube, separò le labbra con una lentezza esasperante e introdusse un dito all’interno della mia vagina.
«Senti quanto è lubrificata?» chiese alla specializzanda. Lei inserì a sua volta le dita, muovendole con una scrupolosità che mi fece sfuggire un sospiro. «Sì, la qualità del muco è eccellente, filamentosa. Segno di una recettività sessuale molto alta.»
Il medico mi spiegò che quella era una prova di “accoglienza”: una vagina che non si bagna sotto stimolo medico è un segnale d’allarme, ma la mia — disse — era “sessualmente affamata”. Mi ordinò poi di piegarmi in avanti, appoggiando le mani al lettino. Voleva ispezionare il retto, adducendo la scusa di voler cercare microlesioni dovute ai rapporti anali che avevo ammesso di avere.
Sentii il freddo del gel lubrificante, poi la pressione del suo dito che esplorava in profondità le mie pareti interne. Mi chiese se il mio partner usasse protezioni o se eiaculasse dentro di me. Risposi con la voce strozzata, mentre l’assistente prendeva il suo posto, eseguendo un’ispezione molto più lunga, quasi dolorosa, che sembrava voler mappare ogni centimetro di quel canale proibito. Mi parlarono di igiene, di preservativi specifici, ma l’unica cosa che percepivo era l’umiliazione eccitante di essere sondata in quel modo.
Mi fecero stendere sul lettino ginecologico, con i piedi nelle staffe. Passarono minuti a esaminare la mia vulva, accarezzando il clitoride per osservarne il turgore, discutendo tra loro se la mia parziale depilazione fosse esteticamente ideale. Mi sentivo un pezzo di carne su un tavolo autoptico, eppure ogni loro tocco faceva pulsare la mia intimità. Quando introdussero il divaricatore metallico, il gelido abbraccio dello strumento mi fece sussultare. Esaminarono il collo dell’utero con una torcia, commentando la salute delle mie mucose come se stessero leggendo un libro aperto.
Una volta scesa dal lettino, ancora completamente nuda, mi sottoposero a un interrogatorio finale: godo durante la penetrazione? Mi masturbo? Uso falli finti? Ho mai provato la doppia penetrazione? Rispondevo balbettando, in balia di una strana trance.
«Il responso è positivo,» concluse il medico mentre la collega annuiva con gravità. «Il suo apparato è perfetto. Ma lei è bloccata mentalmente. Deve sperimentare di più, osare pratiche più spinte, prendere confidenza con il suo corpo. Si senta libera di essere la troia che il suo corpo reclama di essere. Le scriverò una lettera per il suo medico curante.»
Mi rivestii in fretta, sentendo i loro occhi addosso fino all’ultimo bottone. Mi accompagnarono all’ascensore con una busta chiusa e un saluto cordiale. Solo una volta arrivata in auto, con il respiro ancora affannato, aprii la busta.
Il foglio non riportava alcuna intestazione ospedaliera.
“Cara Signora, non siamo medici. Forse il nostro eccessivo interesse lo avrà suggerito. Io e la mia compagna abbiamo voluto coinvolgerla in un nostro gioco privato, una messinscena che amiamo recitare con donne che, come lei, emanano una sensualità inconsapevole. Non le abbiamo fatto nulla di male, ma ci piace pensare che queste attenzioni abbiano scosso la sua routine. Conservi questo ricordo come un segreto erotico. Con ammirazione, M. e G.”
Rimasi a fissare il foglio, mentre il calore tra le mie gambe, alimentato da quella visita fasulla, esplodeva in una pulsazione inarrestabile. Mi resi conto che non ero affatto arrabbiata; ero, per la prima volta, profondamente sveglia.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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