Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il silenzio della camera da letto era rotto solo dal respiro pesante dell’uomo. Lui non le offrì una coperta, né una parola di conforto. Si limitò a rimettersi i boxer e a indicarle il tappeto ai piedi del letto. “Ti avevo detto che avresti dormito lì. Non pensare che l’essere stata una brava cagna stasera ti dia il diritto di condividere il mio cuscino.”
Elisa ubbidì, rannicchiandosi sul tessuto ruvido. La stanchezza era un peso insostenibile, ma il sonno faticava ad arrivare. Il dolore sordo al retto, violato per la prima volta, le ricordava ad ogni movimento che la sua integrità fisica era stata barattata per quattro mura e un tetto. Sentiva l’odore dell’uomo su di sé, un misto di colonia economica e sesso, e la cosa più terrificante era che una parte del suo corpo, traditrice, vibrava ancora del piacere che lui le aveva strappato con la lingua.
L’alba filtrò attraverso le persiane troppo presto. Elisa si era assopita solo per poche ore quando sentì un piede nudo che le premeva sulla spalla. “Sveglia, cagnetta. È sabato. Il giorno in cui inizierai a guadagnarti davvero la tua casa.”
L’uomo la trascinò in bagno per i capelli, non con cattiveria, ma con quella disinvoltura con cui si sposta un oggetto d’ingombro. Le ordinò di fargli la barba mentre lui sedeva sul bordo della vasca. Le mani di Elisa tremavano mentre passava il rasoio sulla gola di colui che poteva distruggere la sua vita con una telefonata. Era un gioco di potere estremo: lei aveva la sua vita tra le mani, ma lui aveva la sua anima chiusa in un contratto firmato col sangue del fallimento di suo padre.
“Dopo colazione usciremo di nuovo,” disse lui, godendosi il tocco della schiuma da barba che lei gli spalmava sul viso. “C’è un negozio in centro che vende articoli… specifici. Dobbiamo attrezzarti per la domenica. Se pensavi che quello di stanotte fosse il limite, Elisa, non hai capito nulla di quanto tuo padre sia stato generoso con me.”
Finita la barba, la costrinse a pulire il bagno nuda, carponi, mentre lui faceva colazione in cucina, lasciando la porta aperta per godersi lo spettacolo della sua umiliazione domestica. Ogni volta che Elisa passava lo straccio vicino alla porta, sentiva lo sguardo dell’uomo posarsi su di lei come un marchio di fabbrica.
“Vesti quella roba dell’altra sera,” le urlò dalla cucina. “Senza mutandine, ovviamente. Voglio che ogni volta che ti siedi in macchina o al bar, tu senta il freddo della sedia e ti ricordi che il tuo buco è mio, disponibile e pronto per essere riempito di nuovo.”
Elisa si infilò il vestito, sentendosi come un fantasma che abitava un corpo non più suo. Guardò fuori dalla finestra: il sole del sabato splendeva sul quartiere, la gente portava fuori il cane, i bambini giocavano. A pochi metri di distanza, suo padre forse stava cercando una bottiglia per dimenticare. Lei, invece, stava per uscire di nuovo al guinzaglio invisibile di un uomo che aveva deciso di trasformare il suo fine settimana in un manuale di addestramento alla sottomissione totale.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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