Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’aria della notte era fresca, ma Elisa sentiva la pelle bruciare per l’umiliazione. Le parole del vicino sulla soglia del palazzo risuonarono nel cortile interno come una promessa sinistra. Quello che era iniziato come un debito di gioco si stava trasformando, minuto dopo minuto, in un’ascesa metodica verso l’annientamento della sua volontà. Camminare senza biancheria intima, sentire lo sfregamento ruvido del vestito sulla pelle nuda e sensibile, l’aveva resa consapevole di ogni suo passo, di ogni sguardo dei passanti che, pur non sapendo, sembravano intuire la sua condizione di nudità forzata.
Salirono le scale in silenzio. Valenti non le teneva più il braccio; camminava un passo dietro di lei, godendosi la vista della sua schiena tesa e il dondolio dei fianchi. Arrivati al pianerottolo, Elisa lanciò un’occhiata disperata alla propria porta, a pochi metri di distanza, dove suo padre probabilmente dormiva in un sonno indotto dall’alcol, ignaro che sua figlia stava per varcare la soglia dell’inferno per salvarlo.
“Entra,” ordinò Valenti aprendo la porta di casa sua.
L’appartamento, immerso nella penombra, aveva un odore diverso rispetto al pomeriggio. C’era un sentore di incenso mischiato a cuoio e olio lubrificante. Valenti non accese la luce principale, ma solo una lampada soffusa nell’angolo del soggiorno, che proiettava ombre lunghe e deformi sulle pareti.
“In ginocchio, al centro della stanza,” disse lui, togliersi la giacca e gettandola con noncuranza. “È ora di occuparci di quella tua… esuberanza tricologica. Non tollero il disordine sul corpo delle mie proprietà.”
Elisa ubbidì, sentendo il tappeto ruvido sotto le ginocchia. Il cuore le batteva così forte che temeva potesse esplodere. Valenti tornò dal bagno con una bacinella d’acqua calda, una bomboletta di schiuma da barba e un rasoio elettrico. Si sedette sulla poltrona davanti a lei, costringendola a divaricare le gambe al massimo sotto la gonna sollevata.
“Vediamo di fare pulizia,” mormorò. Il ronzio del rasoio riempì la stanza, un suono meccanico che sembrava voler cancellare la sua identità di donna libera. Valenti lavorò con una lentezza esasperante, godendosi ogni sussulto di Elisa quando la lama sfiorava le sue parti più intime. In breve tempo, quello che lui chiamava “foresta” scomparve, lasciando il posto a una pelle rosea, liscia e vulnerabile.
“Ecco, ora sembri una schiava degna di questo nome,” commentò lui, passando una mano ruvida sulla zona appena depilata, ignorando i brividi di lei. “Ma la pulizia esterna è solo l’inizio. Il mio amico al locale ha fatto un ottimo lavoro scaldandomi, ma ora tocca a te finire l’opera. E non pensare che userai solo le mani.”
Si alzò e andò verso un mobiletto, estraendo un collare di cuoio nero con un anello d’acciaio al centro. Glielo strinse intorno al collo, non troppo forte da soffocarla, ma abbastanza da ricordarle a ogni respiro a chi apparteneva.
“Stanotte non dormirai nel tuo letto, Elisa. E non dormirai nemmeno nel mio. Dormirai ai piedi della poltrona, legata, così che io possa usarti ogni volta che mi sveglio con una voglia. Questo è solo il venerdì. Abbiamo ancora due giorni per insegnarti come si serve un vero Padrone.”
Elisa abbassò lo sguardo, le lacrime che finalmente rigavano il volto, mentre sentiva il clic della catena che la fissava alla base della poltrona. Il debito di suo padre era un baratro scuro, e lei ci era appena caduta dentro con entrambi i piedi.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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