Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il rumore del motore sembrava accompagnare il battito furioso del mio cuore. Seduto sul sedile del passeggero, sentivo la macchia di sperma sui pantaloni come un sigillo di proprietà, un odore aspro e caldo che riempiva l’abitacolo. Il Padrone mise in moto e, con la stessa naturalezza con cui accendeva i fari, infilò la mano in tasca.
Il plug riprese vita. Non era la vibrazione violenta di prima; era un sussulto lieve, un solletico perverso che mandava scosse elettriche direttamente alla base del mio sesso. “Slacciati i pantaloni. Abbassali,” ordinò senza distogliere lo sguardo dalla strada. Eseguii. Percorremmo gli ultimi chilometri verso casa mia così: io, nudo dalla vita in giù, con quelle mutandine di pizzo fradice che non riuscivano a contenere la mia erezione, e lui che ogni tanto allungava la mano per intingerla nel mio umore, spalmandolo poi con cura sulla mia guancia, sulla fronte, sul collo. Sentivo il seme seccarsi sulla pelle, tirandola, mentre il plug continuava a scavarmi l’ano con la sua vibrazione costante.
Sotto casa, mi concesse di ricompormi. “Non mi inviti per il dolce?” chiese, mentre un sorriso crudele gli illuminava il volto. “Non ho niente in casa, Padrone.” “Non importa. Mi basta poco.”
Lo vidi scendere e prelevare dal bagagliaio un borsone nero, pesante, denso di promesse. Farlo entrare in casa mia fu uno shock. Il mio rifugio, il mio angolo di privacy, veniva improvvisamente invaso dalla sua presenza dominante. Mi ordinò di spogliarmi nudo e di fargli da guida. Fu un’ispezione spietata: apriva i miei cassetti, toccava i miei vestiti, sfogliava i miei libri, guardava le mie foto con una curiosità clinica. Vedere le sue mani rovistare tra le mie cose mi faceva sentire nudo due volte; non c’era più un solo centimetro della mia vita che non gli appartenesse.
“Sul tavolo. Ora,” comandò tornando in cucina. Mi stesi a pancia in su sul legno freddo. Lui prese dal borsone uno spago di canapa e lo strinse intorno alla base del mio cazzo e dei testicoli. Il dolore fu immediato, sordo, una morsa che rendeva il mio sesso ancora più scuro e turgido. Poi prese le mutandine sporche con cui avevamo cenato e me le spinse in bocca. “Tienile. Gustati il tuo sapore.”
Mi fece scendere dal tavolo. Ero a quattro zampe, lo spago che mi tirava la carne e il sapore di me stesso che mi riempiva la gola. Lui afferrò il capo della corda e iniziò a portarmi a spasso per il soggiorno. Lo seguivo come una cagna devota, trascinandomi sulle ginocchia mentre lo spago, passando tra le natiche, spingeva il plug ancora più a fondo. Il ronzio nell’ano, il dolore alle palle, il sapore amaro in bocca: ero un groviglio di sensazioni al limite del sopportabile.
Finalmente si fermò. Prese una fetta biscottata dalla dispensa e la posò sul pavimento, proprio sotto la punta del mio cazzo. Mi ordinò di mettermi in ginocchio, gambe aperte e mani intrecciate dietro la nuca. Si sedette sul divano, a un metro da me, e premette il telecomando al massimo.
Fu un’esplosione. Il mio corpo si contorse in preda a spasmi involontari. Senza che potessi toccarmi, sotto la spinta folle di quel motore d’acciaio nelle viscere, il mio sesso iniziò a piangere. Vidi lo sperma colare, goccia dopo goccia, sulla fetta biscottata, finché non fui svuotato del tutto.
Lui spense il plug. Si alzò, lo estrasse con un gesto lento, godendosi la vista della mia ferita aperta che cercava di richiudersi, e mi porse la fetta. “Oggi festeggiamo le nostre prime due settimane insieme. Auguri, schiavo.”
Mangiai tutto, ogni briciola impastata col mio seme, mentre lui mi guardava con soddisfazione. Poi, con la stessa calma con cui era arrivato, richiuse il borsone e se ne andò, lasciandomi solo nel silenzio della mia casa profanata, con il sapore della mia sottomissione ancora vivo sul palato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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