Cena con Sorpresa: Il Peso dell’Obbedienza

Racconto

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Stai leggendo il racconto "Cena con Sorpresa: Il Peso dell’Obbedienza", capitolo 1 di 2 della serie "Al ristorante...".
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Ci frequentavamo già da un po’, ma quella sera il copione era diverso. Quando arrivai da lui alle sette, l’ordine fu immediato: “Usciamo a cena”. Era la nostra prima vera uscita in pubblico da quando il nostro legame si era consolidato. L’emozione mi chiudeva lo stomaco, un misto di orgoglio e terrore elettrico. Ma il Padrone non era soddisfatto. Mi squadrò con quel suo sguardo clinico che mi faceva sentire sempre fuori posto. “Non sei vestito adeguatamente,” sentenziò.

Mi ordinò di spogliarmi lì, in mezzo alla sala, e mi porse una camicia di seta e un paio di pantaloni dal taglio sartoriale. Ma non potevo indossarli così. Prima, arrivò il “corredo”: un paio di mutandine di pizzo femminile, sottili e umilianti, e un plug d’acciaio, pesante e freddo. “Inseriscilo. Voglio che tu senta il mio peso dentro di te per tutta la serata.”

Camminare era un’impresa. Ogni passo faceva battere l’acciaio contro le pareti del mio ano, un fastidio sordo che mi costringeva a un’andatura incerta, quasi dinoccolata. Mi fece fare avanti e indietro per il corridoio, godendosi lo spettacolo della mia goffaggine. In macchina, la tortura continuò. Ogni dosso, ogni frenata, era una fitta che mi mozzava il fiato. Restai in silenzio, le mani strette sulle ginocchia, mentre lui guidava con una calma olimpica.

Il ristorante era di classe, luci soffuse e un brusio di conversazioni educate. Ci fecero accomodare a un tavolo per due. Quando arrivò il cameriere, non ebbi nemmeno il tempo di guardare il menù: il Padrone ordinò per entrambi, con un’autorità che non ammetteva repliche. Vino bianco, primo, secondo. Ero la sua ombra, e le ombre non scelgono.

Tra una portata e l’altra, le domande iniziarono a farsi pressanti. All’inizio sembravano innocue, poi scesero nell’intimo, nel dettaglio ossessivo. “Ti ricordi come ero vestito la sera in cui ci siamo conosciuti?” mi chiese, fissandomi negli occhi. Esitai. La memoria era annebbiata dall’alcol di quella notte e dalla tensione di questa. “Io… non ne sono sicuro, Padrone.”

Lui fece una smorfia di delusione. Infilò una mano in tasca e, senza preavviso, sentii l’acciaio dentro di me prendere vita. Il plug iniziò a vibrare con un ronzio sordo, profondo, che mi scosse fin nelle ossa. Sobbalzai sulla sedia, gli occhi sgranati verso di lui. “Sforzati di ricordare,” sussurrò con un sorriso crudele. Ogni volta che la mia risposta era incerta o sbagliata, lui premeva il telecomando, aumentando l’intensità della vibrazione. Il piacere e il dolore si mescolavano in una danza insostenibile; cercavo di mantenere un contegno, di sorridere mentre le mie viscere venivano scosse da quel motore elettrico.

Al secondo piatto, ero una corda di violino. Il mio ano pulsava e il mio cazzo, costretto dal pizzo delle mutandine, era una lama di fuoco contro il tessuto dei pantaloni eleganti. “Il dolce lo prenderemo a casa,” disse al cameriere che si era avvicinato. Mentre aspettavamo il conto, decise di darmi il colpo di grazia. Accese il plug al massimo. Sentii l’orgasmo risalire lungo la colonna vertebrale, un’ondata che mi tolse il respiro. Lo spense un istante prima del culmine. Lo fece per tre volte, portandomi sull’orlo del baratro e poi lasciandomi lì, frustrato, sudato e tremante in mezzo a quella gente ignara.

“Devo finire il mio compito?” mi chiese, la voce carica di un potere assoluto. “Sì, Padrone,” risposi, ormai incapace di qualsiasi volontà. Il plug vibrò un’ultima volta, senza pietà. Venni copiosamente, sentendo il calore infradiciare il pizzo e poi il tessuto dei pantaloni costosi. Rimasi immobile, cercando di dare un senso alla mia dignità mentre il liquido mi colava lungo la coscia.

Pagò il conto con estrema disinvoltura. Ci alzammo e, mentre attraversavamo la sala, sentivo la macchia scura sul davanti dei pantaloni come un marchio d’infamia. Non diedi spiegazioni, non guardai nessuno. Salimmo in macchina nel silenzio della notte, pronti per quel dolce che, sapevo bene, sarebbe stato molto più amaro e intenso di qualsiasi dessert del ristorante.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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📚 Dettagli Serie

Al ristorante...
Capitoli: 2
Lettura Totale: 8 min
Viste Totali: 👁️ 101
Piace a: ❤️ 2
Iniziata il: 12 Marzo 2026

Dettagli Racconto

Pubblicato: 12 Marzo 2026
Modificato: 13 Marzo 2026
Lettura: 4 min
Viste: 👁️ 52
Piace a: ❤️ 1
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Masturbazione

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