Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’attesa è una lama che scava nel petto. Alle sette in punto varco la soglia, convinto di essere il festeggiato di una cena intima, ma l’illusione dura il tempo di un respiro. La Padrona è un turbine di efficienza in cucina; i profumi di arrosto e spezie che si diffondono per casa sembrano promettere calore, ma il suo sguardo, quando incrocia il mio, è freddo come l’acciaio chirurgico. Apparecchio per quattro, curando la simmetria di posate e cristalli, chiedendomi quale posto occuperò io in quella coreografia. La risposta arriva sotto forma di un indumento di pizzo e seta: un vestitino da cameriera ridicolo, amputato, che copre a malapena il petto e lascia il mio sesso e le mie natiche totalmente esposti al mondo.
«Sei pronto per servire, S. Non deludermi».
Il suono del campanello è l’inizio del mio calvario pubblico. Quando apro la porta, il rossore che mi infiamma il viso è il mio unico vestito. Gli amici della Padrona — una coppia e un ragazzo — non mostrano sorpresa, solo una curiosità rapace. Entrano ridendo, i loro sguardi che rimbalzano tra i miei genitali scoperti e il pizzo bianco del mio colletto. Sono un oggetto d’arredamento semovente, una curiosità da salotto. In ginocchio accanto alla poltrona della Padrona, ascolto la mia storia narrata come se fossi una bestia rara: lei elogia la mia docilità, ride della mia passata ingenuità, mentre io verso prosecco nei calici con mani che tremano appena.
A tavola, il servizio diventa una danza di umiliazione. Ogni volta che mi sporgo per servire il primo, sento le mani degli ospiti che prendono confidenza. Palpate decise, pizzicotti sulle natiche, commenti volgari sussurrati mentre il vapore del risotto mi scalda il viso. «Guarda che bella groppa ha questa cameriera», esclama il ragazzo, mentre la sua mano valuta l’elasticità del mio ano proprio mentre sto versando il vino. Non reagisco. Sono un automa di carne. Il vino scorre nei bicchieri e la mia dignità cola sul pavimento insieme alle gocce di condensa.
Sotto il tavolo, la situazione degenera in un corpo a corpo silenzioso. In ginocchio tra le gambe degli ospiti, i miei palmi si riempiono della ruvidità dei loro piedi. Massaggio con devozione, usando la bocca per lucidare le dita dei padroni temporanei, sentendo il sapore del cuoio e del sudore, tutto per far risplendere l’autorità della mia Padrona. Lei mi osserva dall’alto, sorseggiando il suo rosso, sovrana assoluta di quella fiera delle vanità umane.
Il dolce viene servito nel salottino, ma il vero dessert sono io. Quando l’amico della Padrona si sbottona la patta, il tempo si ferma. Mi avventuro tra le sue gambe a quattro zampe, accogliendo il suo membro semi-duro con una tecnica che non sapevo di possedere. Ma il piacere è un cerchio che si chiude: mentre la mia bocca lavora davanti, sento l’altro ospite posizionarsi alle mie spalle. Il freddo della crema della torta applicata sul mio buchino è un brivido acuto, seguito immediatamente dall’invasione. Non è grande, ma la pressione combinata dei due uomini mi mozza il fiato, spingendomi il cazzo in gola fino a farmi lacrimare.
Il cambio della guardia è ancora più brutale. Il secondo uomo è un monolite di carne che mi dilata senza pietà, mentre il primo mi inonda la bocca di un seme caldo e abbondante. Ingoio tutto, un sorso dopo l’altro, cercando lo sguardo della Padrona per avere la conferma del mio valore. Lei sorride, eccitata dal mio totale annullamento, e mi invita tra le sue gambe. Mentre vengo cavalcato duramente dall’amico, io le dono piacere con la lingua, diventando l’anello di congiunzione tra i loro orgasmi. La stanza diventa una nebbia di fluidi e gemiti; ingoio la sborra degli uomini e gli umori delle donne, trasformando il mio corpo in un pozzo di raccolta senza fondo.
La serata culmina nel paradosso finale. Mentre servo caffè e amaro con i muscoli delle gambe che tremano, la Padrona e la sua amica indossano i loro strapon. Mi rimetto a quattro zampe, pronto a essere l’orifizio universale. Mi scopano a turno, con una ferocia metodica, mentre io continuo a ridare vigore ai cazzi dei loro amici con la bocca. È una sinfonia di carne: quattro orgasmi diversi finiscono dentro di me, bevuti o assorbiti, finché gli ospiti, finalmente sazi, non si congedano.
La Padrona mi guarda, i capelli spettinati e gli occhi lucidi di trionfo. Mi concede un cenno di approvazione prima di ritirarsi nella sua stanza, lasciandomi solo tra i resti della festa. Resto nudo in mezzo al salotto, col sapore del sesso di tre uomini e due donne ancora in bocca, a fissare i piatti sporchi e le bottiglie vuote. Ho servito, ho subito, ho nutrito. Sono felice. Inizio a sparecchiare in silenzio, mentre il mio corpo, violato e ricolmo, celebra nel buio della cucina la sua totale, magnifica inutilità umana.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.
🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?
Segnalacelo subito qui