Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Alle otto del mattino il rito della vestizione ha già il sapore della condanna. Nudo davanti a lei, subisco l’ispezione abituale, un controllo tecnico prima di essere “equipaggiato”. Il plug scivola dentro con una facilità che tradisce l’abitudine, una presenza solida e vibrante che reclama il mio centro. Ma è la scelta del guardaroba a gelarmi il sangue: i boxer spariscono, sostituiti dal nulla, e i pantaloni che mi vengono imposti sono una seconda pelle di denim elastico, così stretti da disegnare ogni vena, ogni fremito del mio sesso in semi-erezione.
Entrare nel centro commerciale in quello stato è come camminare su un filo teso sopra un abisso di vergogna. Ogni passo fa oscillare il plug, mandando scariche di piacere elettrico dritto al mio cazzo, che preme contro la stoffa implacabile. Nel primo negozio, la Padrona mi annulla: parla con la commessa sopra la mia testa, ignorando la mia presenza se non come manichino vivente. «Provagli questi», dice, porgendomi taglie chiaramente insufficienti.
Il camerino, con la sua tendina precaria, diventa la mia gogna. Spogliarmi in quel cubicolo, sapendo che la Padrona può scostare il velo in ogni momento davanti a estranei, mi fa impazzire. E lo fa. Espone la mia nudità, il metallo del plug che brilla tra le natiche, mentre mi costringe a sfilare nei corridoi del negozio. I pantaloni scelti sono una tortura: strizzano il pacco, costringono i testicoli in uno spazio minuscolo. Sento il precum inumidire la stoffa, lasciare aloni che la commessa riprende in mano con un’espressione che non oso incrociare. Sono una puttanella in calore che marca ogni capo provato con la propria eccitazione involontaria.
Verso mezzogiorno, la macchia sui miei pantaloni è un marchio d’infamia scuro e lucido, visibile a chiunque incroci il mio cammino tra la folla del sabato. La Padrona sorride, godendosi il mio imbarazzo quasi tangibile. Seduti al ristorante, l’ordine è secco: «Vai in bagno. Chiudi il rubinetto».
Nel segreto della cabina, la boccetta si riempie del mio sforzo. Strizzo ogni goccia, cercando di svuotarmi per placare quella tensione insopportabile. Quando torno al tavolo e le consegno il “pieno”, lei osserva il liquido denso con la soddisfazione di chi ha raccolto il raccolto. Il cameriere porta l’insalata, ma il condimento è già pronto. Sotto gli occhi di decine di ignari commensali, svuoto la boccetta sulle foglie verdi.
Mangiare quell’insalata, sentendo la consistenza viscida e il sapore acre del mio sperma che avvolge ogni boccone, è l’atto finale di sottomissione. Mentre gli altri ridono e chiacchierano, io ingoio me stesso, i filamenti biancastri che colano dalle posate, pulendo il piatto con un pezzo di pane finché non brilla. Non sono più un uomo che pranza; sono un organismo che ricicla la propria degradazione per nutrire il piacere della sua Padrona.
Pago il conto con le mani che ancora tremano, sentendo l’umido dei pantaloni contro la pelle e il plug che mi ricorda, ad ogni passo verso l’uscita, che non esiste un centimetro di me che non le appartenga.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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