Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il silenzio della casa, svuotata dalla presenza della mia ragazza, è stato il segnale d’inizio. Quello che lei credeva fosse un martedì di scadenze lavorative e call d’ufficio si è trasformato, nel giro di un caffè, in una discesa metodica nell’abiezione digitale. Avevo pianificato tutto: una staffetta di Padroni e Padroncine pronti a reclamare ogni centimetro della mia pelle attraverso l’occhio freddo della webcam. L’eccitazione era un ronzio elettrico sotto la pelle, alimentata dalla consapevolezza che avrei spinto il mio corpo oltre ogni limite ragionevole, cercando una saturazione che mi saziasse fino alla fine dell’estate.
La giornata è iniziata con la morbidezza di un riscaldamento. Il primo incontro alle dieci è stato un rito di passaggio familiare: lo spogliarello lento, il metallo delle mollette che mordeva capezzoli e testicoli, le dita che esploravano il retro. Un’ora di sottomissione soft che ha preparato il terreno per la tempesta successiva. Il secondo Padrone, un uomo che ricordavo per la sua spietatezza, ha subito alzato la posta. Non c’erano suggerimenti, solo ordini secchi che vibravano dalle casse del computer. Sotto il suo comando, il mio cazzo è diventato un oggetto da martoriare, schiacciato dalla suola della mia stessa scarpa, un’umiliazione tattile che mi ha portato alla prima, violenta sborrata della giornata. Pulire le calzature con la lingua, mescolando il sapore del cuoio a quello del mio seme, è stato il mio vero battesimo di fuoco.
Il pomeriggio è stato una successione frenetica di feticci e violazioni. Il feticista dei piedi mi ha trasformato in un manichino da catalogo, costringendomi a inquadrature impossibili per nutrire il suo archivio, mentre l’unica donna della giornata ha trasformato il mio pranzo in un’eucaristia di degradazione. Vedermi nudo a tavola, mentre consumavo carote e pane conditi con l’olio che colava dal mio stesso ano e sigillati da una sorsata della mia urina, ha segnato il punto di non ritorno psicologico. Non ero più un uomo in ferie; ero una funzione biologica al servizio di desideri altrui.
Dalle quattordici in poi, il mio corpo ha iniziato a mappare il dolore. La cinghia ha lavorato senza sosta sulle mie natiche, trasformando la pelle in una distesa viola e pulsante. Carote, pennarelli e persino la spazzola della mia ragazza sono diventati invasori sistematici. Ogni Padrone aggiungeva un tassello: chi pretendeva che bevessi ogni goccia prodotta, chi si eccitava nel vedermi correre a quattro zampe con un oggetto conficcato nel retto, chi esigeva che la cera bollente sigillasse la mia uretra prima di un’ennesima, faticosa eiaculazione. Verso sera, il mio cazzo era un monolite di dolore, incapace di rispondere ai comandi, ma le mie natiche in fiamme continuavano a offrire lo spettacolo richiesto.
La notte ha portato con sé gli ultimi predatori. Tra sessioni di pissing sul pavimento del salotto — leccato poi con la devozione di un animale — e interrogatori perversi, sono arrivato all’ultimo appuntamento alle tre del mattino. Era un Padrone consapevole della mia stanchezza, che ha preteso un riassunto fisico di tutta la giornata, costringendomi a replicare ogni tortura, ogni posa, ogni violazione. Quando finalmente ho spento il computer, alle tre e mezza, ero un guscio svuotato, unto d’olio e di sperma, con il corpo segnato da lividi che avrebbero richiesto giorni per sbiadire. Mi sono infilato sotto le coperte conscio che quella “scorpacciata” mi avrebbe lasciato un segno profondo, un segreto bruciante da nascondere sotto il sole della Sardegna, con la certezza che, nonostante l’agonia, la fame di quella catena non si sarebbe spenta mai del tutto.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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