Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Sono passati anni, eppure il ricordo di quella notte agisce su di me come un comando biologico. Mi basta chiudere gli occhi per sentire l’odore di pelle sintetica e umidità, e in un attimo sono di nuovo lì, con il respiro corto e la mano che corre frenetica verso il basso. All’epoca avevo trent’anni e la mia vita era una sequenza ordinata di voli intercontinentali e meeting aziendali. Ero a Berlino per chiudere una trattativa estenuante. La città era avvolta da una pioggia gelida e sottile, e io avevo bisogno di qualcosa che spezzasse quella perfezione asettica.
Trovai rifugio in un seminterrato anonimo nel cuore di Kreuzberg. Un’insegna al neon blu, mezza fulminata, prometteva “Cinema & Lounge”. Entrai senza guardarmi alle spalle. L’interno era un labirinto di scaffali carichi di DVD dai titoli espliciti, ma il mio interesse fu catturato da una rampa di scale metalliche che scendeva verso l’oscurità. In fondo, una sala semibuia illuminata solo dai lampi di luce proiettati da uno schermo gigante. Il cartello sulla porta era lapidario: Bisex Experience.
Pagai il biglietto al tizio dietro il vetro fumé e scesi. La sala era arredata con divani circolari in pelle nera, disposti come petali attorno al fascio di luce del proiettore. Mi sedetti nell’angolo più buio. Ero solo, inizialmente, con le immagini di una gangbang che danzavano sulle pareti. Poi, un uomo sulla sessantina, vestito con un cappotto pesante che non si tolse, si accomodò a pochi metri da me. La tensione divenne subito fisica. Sentivo il mio cazzo premere contro la stoffa dei pantaloni mentre, con la coda dell’occhio, vedevo lo sconosciuto massaggiarsi con insistenza.
Poi, l’imprevisto. Una coppia entrò nella sala. Lui era un tipo massiccio, quasi sgradevole nella sua mole; lei era una visione: sottile, lineamenti eurasiatici, una minigonna che copriva appena l’essenziale e un top che rivelava due seni piccoli e ritti, punte sfacciate sotto il tessuto leggero. Si sedettero proprio di fronte a noi.
Il silenzio della sala era rotto solo dai gemiti che provenivano dallo schermo. Fu la coppia a rompere il ghiaccio della decenza. Lei sussurrò qualcosa all’orecchio del compagno, si sfilò le mutandine con un gesto pigro e iniziò a cavalcarlo proprio lì, davanti a noi. Fu il segnale. Il vecchio si calò i pantaloni iniziando a masturbarsi alla luce dei flash del film; io feci lo stesso. Mi spogliai completamente, restando nudo sul divano freddo, con il cazzo duro che pulsava tra le dita. Guardavamo la ragazza venire stantuffata, il suo sedere sodo che rimbalzava ritmicamente, mentre io e il vecchio ci alzammo per avvicinarci e godere dello spettacolo da pochi centimetri. Poi lui venne dentro di lei. Si pulirono in silenzio, ci ignorarono con una freddezza studiata e se ne andarono, lasciando nell’aria un odore di sesso e indifferenza.
La sala divenne improvvisamente rovente. Ero rimasto solo con il vecchio. Lui mi fissava, le rughe del volto accentuate dalla luce bluastra dello schermo. Senza dire una parola, si avvicinò. La sua mano, ruvida e calda, si posò sul mio polpaccio, risalendo lentamente verso l’interno coscia. Rimasi immobile, lo sguardo incollato al suo membro: era un pezzo di carne impressionante, venti centimetri di vene gonfie e pelle tesa.
Le barriere crollarono. Mi lasciai scivolare sul divano, allargando le gambe passivamente mentre lui mi massaggiava i testicoli e il cazzo con una perizia che tradiva anni di frequentazione di quei luoghi. Mi alzai a carponi, offrendogli il viso. Lo presi in bocca. Il sapore era forte, di maschio e di vita vissuta. Iniziai a spompinare con una foga che non sapevo di possedere, muovendo la testa ritmicamente mentre lui, dietro di me, mi esplorava il buco del culo con un dito.
In quel momento, smisi di essere un manager in carriera. Ero una troia da cinema sotterraneo. Lui estrasse un preservativo, lo calzò e mi afferrò per i fianchi, sollevandomi di peso. Mi fece sedere sopra di lui, a cavalcioni. Sentii la cappella premere contro lo sfintere, dilatandolo lentamente. Mi baciò i capezzoli mentre io ansimavo, sentendo la sua carne scivolare dentro di me senza incontrare resistenza. Cominciai a muovermi su e giù, guidato dalle sue mani pesanti che mi allargavano le natiche, le braccia allacciate al suo collo come se fosse l’unica ancora di salvezza in quel mare di depravazione.
Mentre venivo posseduto, un altro uomo scese le scale. Avrà avuto quarant’anni, l’aria di chi è appena uscito dall’ufficio. Si sedette accanto a noi e iniziò a masturbarsi guardando la scena. Non c’era più nulla da nascondere. Il nuovo arrivato si avvicinò e io, mentre venivo stantuffato dal vecchio, afferrai il cazzo del quarantenne iniziando a succhiare con disperazione.
Ero il centro di un ingranaggio di carne. Il vecchio mi afferrò per i capelli, costringendomi a staccarmi dal secondo uomo per baciarlo sulla bocca. Le nostre lingue si intrecciarono mentre l’altro strofinava il glande contro le nostre facce. Mi sentivo usato, sporco e incredibilmente soddisfatto. Era un istinto animale che prendeva il sopravvento su ogni morale.
Venni messo a novanta gradi sul divano. Il vecchio riprese a scoparmi da dietro, appoggiando tutto il suo peso sulla mia schiena, mentre il quarantenne si sdraiava sotto di me per un 69 furibondo. Non capivo più nulla, sentivo solo il calore delle penetrazioni e il sapore di sborra e sudore. C’era un quarto uomo ora, fermo nell’ombra a fare da spettatore, ma non mi importava.
Il vecchio uscì dal mio culo, ormai dilatato e pulsante, e si tolse il lattice. Ripresi a spompinare entrambi, alternandoli con la velocità di una professionista. L’eccitazione toccò il punto di non ritorno. Il vecchio mi sborrò in bocca e sul cazzo dell’altro; era una quantità industriale, calda e amara. Pochi secondi dopo venni io, inondando il viso dell’uomo che mi stava sotto.
Il vecchio si rivestì e se ne andò, ma il quarto uomo, lo spettatore, si avvicinò. Non era finita. Presi i due membri rimasti e iniziai a masturbarli e succhiarli insieme, in una sinfonia di risucchi e sospiri. Il primo mi venne sul viso, coprendomi gli occhi; l’altro mi sborrò sui capelli e sulla schiena.
Rimasi disteso su quel divano di pelle, esausto, coperto dal seme di tre sconosciuti. I due rimasti mi passarono dei fazzoletti di carta con una gentilezza quasi surreale. Ci rivestimmo in silenzio, quasi fossimo vecchi amici. Uscimmo insieme sulla strada gelida di Berlino, ci scambiammo un cenno d’intesa e un breve “Hello” prima di sparire ognuno nella propria notte.
Tornai in albergo camminando come se avessi un segreto luminoso dentro le viscere. Ancora oggi, quel “Hello” risuona nella mia testa ogni volta che ho bisogno di sentirmi di nuovo una preda.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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