Sotto il Cellophane

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

«Spogliati».

La voce della Padrona taglia l’aria, gelida e assoluta. Non si è nemmeno voltata a guardarmi; non ne ha bisogno. Percepisce la mia sottomissione come un cambio di pressione nella stanza, un peso che si posa ai suoi piedi ancora prima che io faccia un solo passo. Spoglio i miei abiti con gesti frenetici, quasi goffi nella fretta di obbedire, restando infine nudo e vulnerabile. Mi metto in ginocchio, il respiro corto, lo sguardo basso sul pavimento lucido, aspettando che lei decida come consumarmi.

Sento i suoi passi avvicinarsi. Mi ordina di mettermi a quattro zampe e mi conduce in sala, spingendomi a salire sul robusto tavolino da tè che troneggia al centro della stanza. Mentre le mie ginocchia premono sul legno duro, un pensiero rapido mi attraversa la mente: quel mobile ha sostenuto il peso di molti più schiavi che tazze di porcellana.

«Gambe larghe. Testa bassa».

Eseguo. Resto immobile mentre lei inizia a circondarmi, un predatore che valuta la preda. Poi, il contatto. Le sue mani non cercano piacere, non c’è traccia di erotismo convenzionale nel modo in cui mi fruga. È un’ispezione tecnica, rude, quasi clinica. Le sue dita mi artigliano i piedi, risalgono con forza sulle cosce, stringono con noncuranza lo scroto e il cazzo, per poi affondare nel solco del sedere e forzare l’apertura della bocca. È un rituale di purificazione forzata: deve accertarsi che io non sia sporco, che ogni mio orifizio sia degno di ricevere i suoi ordini.

Il silenzio viene rotto solo dal suono secco di uno schiaffo che mi incendia la natica destra. Un segnale muto: scendi.

La seguo come un’ombra fino allo stanzino degli attrezzi, l’odore di cuoio e lattice che mi riempie i polmoni. Mi fa sdraiare a pancia in giù su una panca da palestra inclinata, posizionandomi con la testa verso il basso e il bacino sollevato. Mi ordina di spingere i genitali indietro, tra le gambe, facendoli sporgere verso l’alto, pronti al sacrificio.

Poi inizia il soffocamento della pelle. Il rumore del cellophane che si srotola è l’unica colonna sonora della mia prigionia. Parte dai piedi, risalendo lentamente. Ogni giro di pellicola è un giro di vite. Più la plastica stringe, più il mio sesso viene schiacciato in una morsa innaturale, i testicoli compressi contro l’inguine in una morsa dolorosa e asfissiante. La Padrona risale lungo il busto, sigillandomi in un bozzolo trasparente che mi impedisce ogni movimento. Alla fine, restano liberi solo il mio sguardo terrorizzato e il mio ano esposto.

Soddisfatta della sua opera, mi conficca una ballgag tra i denti, zittendo ogni mio possibile lamento, e affonda un plug pesante nel mio corpo. Poi, inizia la furia.

La cinghia fende l’aria con un sibilo prima di abbattersi sulla carne. Colpisce ovunque, senza curarsi della precisione. La pelle del sedere brucia, ma è quando i colpi centrano il cazzo gonfio e le palle strozzate dalla pellicola che il dolore diventa un lampo bianco nel cervello. Cerco di urlare, di contorcermi, ma sono un oggetto inanimato, un pezzo di carne sigillato nel cellophane. Sono totalmente alla sua merce, ridotto a un contenitore di sensazioni pure e violente.

Quando la sua sete di dolore sembra placarsi, la vedo indossare lo strapon. È imponente, scuro, una promessa di invasione totale. Prima mi libera dalla ballgag per prendersi la mia bocca, poi estrae il plug e reclama il mio culo. È un’invasione ritmica, spietata, che trasforma il dolore della cinghiata precedente in una pressione sorda e profonda che mi svuota l’anima.

Una volta soddisfatta, la Padrona mi libera dalla mia prigione di plastica. La pelle respira di colpo, ma il mio corpo trema ancora per l’adrenalina. «Fallo. Davanti a me».

Inizio a segarmi con urgenza, mentre lei osserva il mio orgasmo bagnare il pavimento. Senza una parola, intinge i piedi nudi nel mio seme e me li porge. Li accetto con devozione, leccando ogni traccia di me dalla sua pelle, per poi pulire il pavimento con la stessa cura.

La sessione si conclude sul divano. Lei guarda un film, rilassata, mentre io, ai suoi piedi, mi occupo della sua fica con la lingua per tutta la durata della pellicola. Quando finalmente mi congeda, torno a casa nel silenzio della notte, portando con me il sapore acre della sua pelle e il ricordo indelebile della mia impotenza.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 17 Marzo 2026
Modificato: 17 Marzo 2026
Lettura: 4 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Feticismo
Tag:
Degradazione, Extreme, Maledom, Umiliazione

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