Sindrome da borderline

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Stava disquisendo di coefficienti di deperimento, di assicurazioni sulle opere d’arte e di stime per le case d’asta londinesi da almeno quaranta minuti. La sua voce era un ronzio monocorde che rimbalzava contro i soffitti alti sette metri del mio studio industriale. Si chiamava Edoardo, un curatore e valutatore di ventisei anni che la galleria mi aveva mandato per catalogare le mie ultime sculture. Era insaccato in un completo di velluto a coste color senape, visibilmente a disagio per la polvere di marmo che aleggiava nell’aria, e stringeva la sua cartellina di pelle come se fosse uno scudo.

A me non importava assolutamente nulla dei suoi calcoli sui premi assicurativi o delle sue noiose valutazioni di mercato. Il mio sguardo non si staccava dalla sua gola, da quel pomo d’Adamo che andava su e giù ogni volta che deglutiva a vuoto, tradendo un nervosismo cronico. Le sue mani erano immacolate, morbide, dita da pianista che avevano sfogliato solo vecchi tomi di storia dell’arte e che, ne ero certa, non avevano mai saputo come affondare con ferocia nella carne di una donna.

Mentre lui continuava a snocciolare numeri nel mezzo del mio regno di creta, gesso e metallo, un istinto predatore e oscurissimo aveva preso il controllo della mia mente. Volevo corrompere quella perfezione accademica. Volevo prendere quel ragazzino fatto di buone maniere e ansia da prestazione, e frantumarlo in mille pezzi sul pavimento di cemento, solo per godermi il rumore della sua dignità che si spezzava.

Mi alzai dallo sgabello, interrompendolo a metà di una frase sul mercato asiatico. Versai due dita di gin puro in un bicchiere sporco di pittura e glielo porsi, invadendo il suo spazio vitale. Mi avvicinai abbastanza da fargli respirare il mio odore: un misto prepotente di trementina, terra cruda e sudore femminile. Edoardo smise di parlare di colpo. Prese il bicchiere con una mano tremante e lo bevve d’un fiato, tossicchiando.

Gli uomini del suo calibro, abituati a vivere dietro teche di vetro e saggi accademici, sono architetture fragilissime; basta una folata di vento per farli crollare. Io non fui un soffio, fui un uragano. Gli afferrai il bavero della giacca di velluto e lo trascinai verso la scala a chiocciola in ferro battuto che portava al mio soppalco, la zona dove dormivo e creavo le mie opere più intime. Lo guidai su per i gradini con la stessa spietata naturalezza con cui si scorta una vittima sacrificale all’altare.

Lo spinsi sul mio grande letto sfatto, le lenzuola di lino grezzo ancora intrise del mio profumo. Edoardo cadde all’indietro, stringendo i pugni. I suoi occhi chiari erano spalancati, persi in un limbo tra il terrore di chi non ha il controllo e una lussuria repressa che lo stava letteralmente mangiando vivo. Iniziai a spogliarlo con una lentezza calcolata, sadica. Sbottonai la camicia bianca un’asola alla volta, senza mai spezzare il contatto visivo, ignorando il suo respiro che si faceva sempre più corto e frammentato. Volevo che quella fosse un’esperienza che gli marchiasse il cervello a fuoco, un trauma erotico dal quale non si sarebbe mai più ripreso.

Sfilai due pesanti cinghie di cuoio da un mucchio di cianfrusaglie lì vicino — le stesse che usavo per legare le tele ai cavalletti — e gli bloccai i polsi alla testiera in ferro del letto. Tirai le fibbie fino a fargli sbiancare la pelle sotto la stretta. Era totalmente alla mia mercé, ancorato al metallo, incapace di muovere un muscolo senza il mio permesso. Quell’immagine di dominio assoluto mi fece pulsare l’inguine in una frazione di secondo.

Mi posizionai a cavalcioni sulle sue cosce ancora coperte dai pantaloni. «Apri la bocca,» ordinai. La mia voce non era umana, era un raschio basso e viscerale. Lui esitò, il petto glabro che si alzava a scatti, ma obbedì. Raccolsi un grumo denso di saliva in bocca e lo lasciai cadere a piombo, un filo caldo che andò a schiantarsi sulla sua lingua tremante. Lo osservai mentre ingoiava la mia umiliazione, gli occhi lucidi di vergogna. Mi chinai su di lui, incollai la mia bocca alla sua e infilai la lingua tra i suoi denti, obbligandolo ad assaporare fino in fondo quel gesto di possesso. Lo stavo marchiando.

Con un gesto fluido mi sfilai la tuta da lavoro e l’intimo, restando completamente nuda sopra di lui. Sentivo la pressione disperata del suo cazzo contro la zip dei pantaloni: era un pezzo di marmo intrappolato nel velluto, pronto a esplodere al minimo attrito. Portai due dita in mezzo alle mie gambe. Ero un fiume in piena. La mia figa era bagnata fradicia, gonfia, pulsante di una ferocia animale che non potevo più arginare. Sfregai a fondo sul clitoride, raccogliendo i miei umori densi, e portai le dita a un millimetro dal suo naso.

«Annusa,» sibilai. Edoardo inspirò a fondo, chiudendo gli occhi e inarcando impercettibilmente il collo, inebriato da quell’odore acre e crudo di sesso femminile. «Adesso leccale.» Gli spinsi l’indice e il medio in gola. La sua lingua, improvvisamente svezzata, si mosse frenetica, ruvida, succhiando via ogni traccia della mia eccitazione con una fame che mi sorprese. Trangugiava il sapore della mia fica come se fosse l’unica fonte di ossigeno rimasta in quella stanza.

La scarica di potere mi stava mandando in cortocircuito il cervello. Mi spostai più su, schiacciando il bacino direttamente contro la sua faccia. Iniziai a strusciare la mia fessura bagnata contro le sue labbra dischiuse. Sfregavo i miei fluidi sulla sua bocca, sul mento, sul naso. Edoardo impazzì. La sua lingua cercava disperatamente di trovare il mio clitoride, leccando l’aria come un cane affamato, ma io tenevo il controllo. Proprio quando stava per trovare il centro del mio piacere, sollevavo il bacino di quel tanto che bastava per negarglielo, lasciando che il mio succo colasse denso sulle sue guance.

Mi stesi sopra di lui in tutta la mia lunghezza, schiacciandolo con il peso del mio corpo nudo. Cominciai a mordergli il collo, la mascella, il petto, mantenendo un movimento ipnotico e circolare del mio bacino contro la sua coscia. L’attrito della mia fica contro il tessuto spesso e ruvido dei suoi pantaloni mi aveva gonfiato il clitoride a dismisura. Ero preda di una bramosia così distorta che per un attimo desiderai urinargli addosso, profanare quel suo completo elegante con un getto caldo per ribadire chi fosse il dio e chi il verme in quel letto.

Edoardo non riusciva più a proferire verbo. Era paralizzato dal panico e sbranato da un’eccitazione ingestibile. Lo sentii irrigidirsi violentemente sotto il mio addome: venne nei pantaloni. Uno, due, tre spasmi potentissimi che gli fecero macchiare la stoffa. Era sborrato come un adolescente terrorizzato, senza che io gli avessi nemmeno sbottonato la patta. Era distrutto, svuotato, ridotto in macerie.

Ma la mia lussuria era un buco nero, e non avevo intenzione di fermarmi. Gli aprii la cintura e abbassai i pantaloni incrostati di sperma fresco. Furono sufficienti due carezze brutali alla base per far risorgere quell’uccello con una prepotenza inaudita. Era enorme. Venti centimetri di carne tesa, venata, con una cappella scura che pulsava di vita propria. Sarebbe stato un peccato mortale sprecare un cazzo del genere lasciandolo in ostaggio alle sue stupide perizie d’arte.

Mi alzai in ginocchio, afferrai quel fusto bollente e me lo centrai sulla figa. Mi lasciai cadere con tutto il mio peso, inghiottendolo in un unico, profondo affondo. Lui cacciò un urlo roco, disperato, mentre la mia tana bollente lo avvolgeva come una morsa. Iniziai a cavalcarlo con una violenza spietata. Lo stantuffavo senza pietà, ma lui non aveva più resistenza. Sentii le sue gambe contrarsi; feci appena in tempo a tirarmi su e sfilare quel cazzo enorme, che esplose in un secondo orgasmo. Il suo seme schizzò in aria, densi proiettili bianchi che andarono a stamparsi sul mio ventre sudato e ad impigliarsi nei peli del mio pube.

Lo lasciai lì. Legato, ansante, con il petto coperto di saliva e gli occhi sbarrati che fissavano le travi di legno del soffitto. Ma io non avevo finito. Mi rannicchiai in ginocchio di fianco al suo viso, mi bagnai le dita con il suo stesso sperma che mi colava dalla pancia, e le portai al mio clitoride. Iniziai a masturbarmi con un ritmo frenetico, spietato. Ero io l’artefice e la fruitrice del mio piacere. Trovai in fretta la chiave d’accesso al mio orgasmo e venni con una potenza tellurica, urlando mentre le pareti della mia fica si contraevano in spasmi violenti. Mi svuotai letteralmente, spruzzando i miei umori fino a fargli piovere sul petto nudo.

Quando finalmente lo slegai, un’ora dopo, Edoardo barcollava. Si infilò i vestiti stropicciati e lordi di sperma senza dire una parola, scomparendo giù per le scale a chiocciola. Si portò via le mie mutandine di pizzo buttate a terra, un trofeo rubato che odorava ancora acutamente di me.Poi, un colpo sordo. Il rumore metallico di una lastra di lamiera precipitata al piano terra del mio studio mi trapanò i timpani.

Spalancai gli occhi. Il buio del soppalco era denso, solido, spezzato solo dai neon arancioni della strada che filtravano dal lucernario. Il mio respiro era corto, graffiante. Abbassai lo sguardo sulla mia mano destra: tre dita erano affondate in mezzo alle mie gambe, lucide, viscide e appiccicose. Il lenzuolo di lino sotto la mia schiena era un campo di battaglia aggrovigliato, fradicio di sudore e umori.

Non c’era nessun curatore d’arte in velluto a coste. Nessuna cinghia di cuoio legata alla testiera. Ero sola. C’ero solo io, il buio del mio studio, e l’eco di un orgasmo devastante che avevo appena estorto alla mia stessa immaginazione. Ecco cosa rimaneva: una sceneggiatura di perversione e dominio totale, scolpita nei recessi di una mente deviata, che non avrei mai avuto il fegato di far vivere alla luce del sole.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 25 Aprile 2026
Modificato: 25 Aprile 2026
Lettura: 9 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Femdom

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