Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Aprii gli occhi e misi a fuoco il lucernario sul soffitto; le travi inclinate per qualche istante fecero sembrare il mondo sghembo. Lei sonnecchiava al mio fianco, il respiro lieve che mi solleticava la spalla. Giocherellai distratto con il suo collare, la banda di cuoio era costellata di piccole punte di metallo come i pensieri che affioravano dal torpore della mia mente. Una domanda mi sorse: cosa ci faceva lei qui nel letto con me? Ricordavo di averla fatta mettere sul tappeto di fianco al letto, e infatti c’era ancora la sua coperta spiegazzata. Poteva trattarsi di un atto di disobbedienza, ne era capace: doveva aver aspettato che mi addormentassi per poi intrufolarsi nel letto. Fantasticai su come avrei potuto punirla. Ma era pur vero che era piacevole averla qui sotto le coperte, la primavera era ancora giovane e uno scaldaletto faceva comodo. Mi si affacciò alla mente un’immagine che faticai a classificare o come sogno o come ricordo.
L’oscurità della notte, la mia mano cala dall’alto come quella di un Dio pagano e carezza i capelli della Schiava, afferrandone ciocche e arrotolandole fra le dita. Le sue labbra mi sfiorano, un bacio che mi invita a proseguire. Le accarezzo la bocca, infilo un dito tastando la lingua umida e il preciso contorno dei denti, intingo in quel calamaio la mia penna con lenti movimenti, simulando una penetrazione. Lei mi accoglie docile per un po’, poi serra le labbra attorno al dito, a ricordarmi lo sfintere che mi ha afferrato il membro qualche ora prima. Libero la mano. Armeggio con il fermaglio della catena, lo scatto della serratura e lei è subito in ginocchio. Ma non le lascio il tempo e, come un alligatore con la sua preda, la trascino sotto le coperte.
Ecco svelato il mistero della sua presenza a letto con me. Mi voltai, i suoi occhi erano fissi su di me.
“Buongiorno, mio Signore.”
“Buongiorno a te, mia dolce Cagna.” Le passai una mano fra i capelli, scompigliandoglieli. Lei si soffiò via una ciocca che le era scesa sulla fronte.
“Come può la tua dolce Cagna renderti più piacevole il risveglio, mio Signore?” Lo chiese con tono innocente, ma un sorriso birichino le sfiorò gli angoli della bocca, lo stesso di quando mi proponeva un nuovo gioco da fare insieme. Smossi la coperta e il suo odore risalì intenso fra le pieghe, il solo inalarlo mi accese meglio che una Moka di caffè. Lei notò che qualcosa era cambiato in me e il sorriso le si estese a tutta la bocca, illuminandole gli occhi.
La mia mano si insinuò fra le sue cosce nude, esplorandole l’imboccatura, pronta a riconquistare quel territorio. Gemette: non un verso finto, di quelli da attricetta consumata, ma un mugolio strappatole dal sussulto della carne che si sottomette al piacere. Sorridendo, lasciai vagare il dito medio più in basso nell’avvallamento del suo inguine finché non raggiunsi l’altra imboccatura.
“Ho voglia di questo,” le dissi fermo. Lei si mise a pancia in giù, subito pronta a concedersi. Ma la visione che mi si parò davanti quando le dischiusi le natiche fu disarmante: l’ano era arrossato e gonfio, portava i segni dell’ordalia avvenuta qualche ora prima proprio fra quelle coperte. L’avevo penetrata con poco lubrificante di proposito, per straziarla in modo che si ricordasse di me anche a distanza di giorni. Il mio marchio. Eppure, nonostante l’evidente malessere, eccola qui la mia Schiava, fiera, pronta a sacrificarsi ancora pur di compiacermi. No, pensai, un conto è un rapporto anale ruvido, un conto è macellarla come un pezzo di carne.
Notai che mi stava sbirciando, percepiva forse la mia esitazione.
“Ho cambiato idea,” mi rimisi sdraiato accanto a lei, pensando a cosa avrei potuto escogitare.
Mi si accoccolò vicino con un sorriso radioso.
“Grazie per questo gesto gentile, lo apprezzo tanto.” Una scintilla maliziosa le brillò negli occhi. “Se mi permetti l’iniziativa, vorrei provare ad appagarti in un altro modo.” Posò la mano sui miei boxer. Non si azzardò a sfiorare la mia mascolinità, sapeva bene che non le era consentito neppure di guardare senza il permesso. Intrecciai le dita dietro la testa e chiusi gli occhi; per lei fu sufficiente. Cominciò ad accarezzare la silhouette stagliata sotto al tessuto, ritraendo la mano un momento per annusare il mio odore. Emise un mugolio compiaciuto quando il glande divenne visibile. Accarezzava l’asta e i testicoli, tastandoli, saggiandoli con le dita.
Un attimo di educata esitazione, la sua mano indugiò sull’elastico dei boxer in una muta richiesta di permesso. Poi sfilò il membro, afferrandolo con ferma delicatezza nella mano esperta. Si inumidii le labbra con un languido movimento della lingua. Un fruscio di lenzuola, e la vellutata morbidezza della sua bocca fu attorno al mio fallo. Inspirai mentre scariche di godimento si irradiavano dal basso ventre fino alla punta dei capelli. Il suono della suzione (che accentuava secondo le mie preferenze) era una melodia in sottofondo al piacere che mi procurava percorrendo il membro, il glande spugnoso ora lambito dalle labbra, ora premuto contro il fondo della gola. Teneva l’avambraccio posato sulla mia gamba e con la mano stimolava lo scroto, muovendo i testicoli, talvolta carezzando la coscia. Con la lingua sfiorava il glande, lo circondava con una spirale discendente fino ai bordi per poi tornare sulla punta. L’aria era densa del suo sentore femminile. L’anello delle labbra scese e la lingua percorse l’uretra fino a toccare, con un piccolo sforzo, lo scroto.
“Oh,” mi sfuggì.
Sorrise compiaciuta. Schioccò le labbra; doveva aver assaggiato del liquido preseminale. Tornò a succhiarmi, e al ritmo sensuale si sostituì presto un’animalesca voracità. Adesso la pelle si tendeva, il glande era compresso sul palato e avvertii la pressione delle sue guance nel risucchio.
“Basta!”
Mi guardò confusa, lasciando andare il membro come un cane sorpreso a rubacchiare, timorosa di aver sbagliato qualcosa. Invece l’avevo fermata prima che potesse portarmi troppo vicino al piacere.
“Scopati da sola, Cagna.”
Si posizionò fremente sopra di me, le mani posate sul mio petto, le cosce divaricate premendomi la vagina calda contro il fallo. Mi fissò negli occhi, i capelli che le incorniciavano il viso scendevano fermandosi sopra ai seni. Rimase lì, immobile.
“Mi stai stuzzicando?” le chiesi.
“No, mio Signore.” Ma rimase seria a fissarmi.
Il mio braccio partì prima che potesse vederlo. La forza dello schiaffo le fece voltare il viso di lato. Non un lamento le sfuggì, dopo un momento tornò a posare i suoi grandi occhi su di me, un segno rosso le si andava formando sulla guancia.
“Ti ho fatto male?” le chiesi.
“Mi è piaciuto.”
Mossi la mano fingendo di tirarle un altro ceffone. Non si mosse, ma i suoi lineamenti fremettero preparandosi al dolore.
“Mi è piaciuto, Signore,” si corresse. Stavolta le carezzai la guancia offesa, chiuse gli occhi lasciandosi sfiorare. Senza che le sue mani scendessero per aiutarsi, con un disinvolto movimento del bacino raccolse il mio fallo e lo mise rivolto verso l’alto, la punta contro la vagina. Avvertii una lievissima resistenza, poi l’umidità che bagnava le sue labbra mi permise di entrare. Penetrai in lei fino in fondo, provando un depravato piacere nel sentirla sibilare fra i denti per il fastidio che doveva averle procurato l’accesso improvviso. Il contatto delle nostre carni fu completo, mi fissò negli occhi ed ebbi la certezza che entrambi avevamo avuto lo stesso pensiero: sentirci una cosa sola, un’unica entità fatta da due parti complementari il cui incastro avveniva perfettamente in ogni suo punto della superficie.
Durò solo un istante, poi i suoi seni presero a dondolare seguendo i movimenti del suo corpo che aveva dato inizio alla monta. Glieli afferrai, stringendo fra le dita i capezzoli turgidi. Lei reclinò la testa all’indietro ed emise un sospiro. La presi per i fianchi spingendola da sotto. Ogni tanto davo un colpo di reni e la impalavo, premendole la punta del membro contro l’imboccatura dell’utero. Ringhiò di piacere: fu un suono dolce, eccitante, ci teneva a farmi sapere quanto le piaceva essere presa a quel modo. Come se il rossore del suo incantevole viso non fosse sufficientemente eloquente. Accelerò. Sotto di noi il letto mandò uno scricchiolio. Mi conficcò le unghie nel petto, la bocca dischiusa in una replica della fessura fra le sue cosce.
“Di’ che sei mia.”
“Sono tua.”
Ceffone. Ancora una volta il suo viso si girò per la forza dello schiaffo, ma stavolta tornò a guardarmi subito, continuando a muoversi su di me.
“Sei la mia Cagna. Dillo.”
“Sono la tua Cagna.”
Ceffone.
“Devono sentirlo anche i vicini.”
“Sono la tua Cagna!”
Ceffone. Poi un secondo. Subito tornava a girarsi verso di me, la guancia era rossa, scottava ed era rigata di lacrime. Ma aveva un’espressione di depravato godimento negli occhi, avrei potuto tirarle cento schiaffi e si sarebbe voltata di nuovo per prendere il centunesimo.
“Gridalo, troia!”
Reclinò la testa all’indietro e lo urlò, così forte che mi fece quasi male ai timpani. La afferrai per il collare e la tirai a me, baciandola con il trasporto di un naufrago che si aggrappi a una tavola di legno galleggiante.
Poi con uno strattone la mandai a sbattere di faccia sul materasso e, prima che potesse riaversi le fui addosso. Sollevai per aria il suo posteriore. La visione del suo ano martoriato mi accese di una furia primordiale. Volli sodomizzarla, farla soffrire, assaporare ogni suo grido di dolore prendendola a quel modo disumano; piegarla, spezzarla. Giustiziarla. Rividi la sua espressione solenne quando mi si era concessa senza un gemito, donna pronta al martirio per un bene superiore. Capii che me l’avrebbe lasciato fare, che me lo avrebbe concesso perché io lo volevo.
Capii che non avrei fatto una cosa del genere; non sarei mai arrivato a tanta brutalità.
Con un ringhio spinsi il cazzo nella sua figa, entrando senza resistenza e sbattendola contro il muro. I colpi che le infliggevo riecheggiavano sulle pareti. Il respiro mi si fece taurino, i muscoli si contrassero mettendo in rilievo curve e avvallamenti. Serrai i denti sulla sua spalla, alla base del collo. Emise un verso, forse lo stesso del coniglio morso a morte dalla volpe. Il fiotto di sborra eruppe in lei. La tenni stretta, quasi potesse sfuggirmi, e assaporai ogni istante di quel dominio, ogni schizzo che si aggiungeva alla pozza nella sua profondità. Con gli occhi chiusi, immaginai lo sperma che la marchiava.
“Mia,” le sussurrai.
“Tua, mio Signore.”
Il torpore si fece largo in noi. Rilassai la presa lasciandola accasciarsi distesa sul materasso, la testa abbandonata sulla sua spalla. I nostri respiri rallentarono sincronizzandosi, e così fece il palpito del suo cuore sotto al collare.
Le infilai le braccia sotto la pancia e la strinsi, godendomi la sensazione del pene che si sfila poco alla volta dalla vagina.
Decisi che sarei andato a prendere la ciotola; non era il caso che il bendidio che avevo depositato dentro di lei andasse sprecato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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