Repressione

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il capannone abbandonato alla periferia della zona industriale puzzava di pioggia vecchia e ruggine. All’interno, l’unico cono di luce era proiettato da un faro da cantiere, puntato dritto verso il centro della stanza dove Julian sedeva su una sedia di metallo. Di fronte a lui, nell’ombra, Clara non aveva bisogno di corde per tenerlo fermo: le bastava la sua voce, un’arma che maneggiava con la precisione di un bisturi.

«Ti ricordi l’altra notte, Julian? Nel confessionale del tuo ufficio?» iniziò lei, e il suono delle sue parole rimbalzò contro le lamiere. «Eri lì, convinto di aver chiuso la porta al mondo, pronto a goderti il tuo piccolo momento di solitudine sotto la doccia della palestra aziendale. Ti immaginavi al sicuro, protetto dal vetro smerigliato, ma io ero già lì, nella mia testa e nella tua.»

Julian cercò di rispondere, ma la gola era secca. Clara fece un passo avanti, entrando nel cerchio di luce. Indossava un cappotto di pelle nera che le arrivava alle caviglie, aperto su una nudità che era una sfida.

«Nel mio sogno, entravo nello spogliatoio mentre tu eri ancora fradicio, con solo un asciugamano logoro intorno alla vita. Ti chiamavo, e tu sussultavi, cercando di coprirti, balbettando scuse su una riunione che non esisteva, su una moglie che ti aspettava a casa e che stava già chiamando il tuo cellulare sul banco. Ma io ridevo. Ti venivo vicino e, con un gesto secco, ti strappavo via l’asciugamano. Ti vedevo lì, nudo, ridotto a un povero diavolo con un’erezione che tradiva ogni tua parola morale. Ti giravi per scappare, ma io mi chinavo dietro di te. Appoggiavo le labbra contro il freddo del tuo sedere, infilando la lingua proprio dove il tuo pudore bruciava di più.»

Lei gli afferrò il mento, costringendolo a guardarla. Gli occhi di Clara erano pozzi di oscurità.

«Ti colpivo. Uno schiaffo che ti lasciava il segno della mia mano sulla guancia. Tu cercavi di reagire, di afferrarmi, ma finivi per scaraventarmi a terra, sopra il linoleum sporco. I miei capelli frustavano l’aria mentre la mia faccia batteva contro il suolo. E sai cosa facevi dopo? Mi schiacciavi la mano tra le gambe, premendo così forte da farmi gemere di dolore. Volevi vedermi soffrire perché ti avevo smascherato. Mi strappavi i pantaloni, sentivo le cuciture cedere come ossa rotte, e poi le mutandine. Restavo lì, esposta, mentre tu mi ordinavi di non muovermi. Usavi la parola “ano”, con quella tua precisione da burocrate, mentre mi infilavi un dito dentro, poi due, poi tre, cercando di misurare la profondità della mia sottomissione.»

Julian ansimava, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. Clara si abbassò sulle ginocchia, i suoi occhi all’altezza dei suoi.

«Ti stavi masturbando, vero? Fallo ora. Usa la tua mano ma immagina che sia la mia, ruvida e spietata. Accelera. Voglio sentire il rumore della tua pelle che brucia. Pensa che lo stiamo facendo qui, tra i detriti, senza domani, mentre io ti sussurro di quella volta con Martina. Eravamo in una stanza d’albergo a ore, con i rumori del traffico che coprivano i nostri sospiri. Ti racconterei di come l’ho costretta a strisciare, di come le schiacciavo il petto mentre lei mi supplicava di fermarmi, e di come io godevo nel vederla annientata dalla mia volontà.»

La voce di lei divenne un graffio profondo.

«Lo farei anche con te. Ti stringerei le palle con una morsa di ferro, costringendoti a implorare il mio perdono per ogni volta che hai finto di essere un uomo d’onore. Ti obbligherei a stenderti nel fango per poi sedermi sulla tua faccia, usandoti come un mobile, finché la tua lingua non diventasse un tappeto su cui far scivolare il mio piacere. Solo allora ti concederei la mia bocca. Sentiresti il caldo, il risucchio violento, la fame di chi vuole prosciugarti. Stai per venire, Julian? Lo senti il sapore del tuo fallimento che esplode?»

Julian ebbe un sussulto violento, le mani che artigliavano i braccioli della sedia, finché non crollò in un orgasmo solitario e disperato. Clara si rialzò, chiuse il cappotto e si sistemò i capelli con una calma glaciale.

Dall’angolo buio del capannone, un uomo che era rimasto in silenzio a osservare l’intera scena si schiarì la voce. Era Vanni, il socio in affari di Julian. Spense il cronometro che teneva in mano e scosse la testa.

«Speravo che resistessi almeno dieci minuti, Julian. Invece sei venuto al primo colpo di lingua immaginario,» commentò Vanni, uscendo dall’ombra. «Hai appena perso la tua quota della società. Clara, andiamocene. Questo posto puzza di debolezza.»

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 24 Aprile 2026
Modificato: 24 Aprile 2026
Lettura: 4 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Femdom, Umiliazione

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