Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
“Va bene, quando sarai pronta scrivimi. Accompagna la mail con una foto di presentazione. Se preferisci, Telegram: @xxx.”
Era l’ultimo amo lanciato nel vuoto del web. Lei era una sagoma sfocata che rispondeva ai miei annunci, una presenza intermittente che giocava con la mia pazienza. “Torno domenica… anzi lunedì…”. Le solite scuse da vacanza, pensavo. Ero a un passo dal cancellare tutto, convinto fosse il solito profilo fake in cerca di attenzioni sterili.
Poi, di mercoledì, il segnale. Una notifica su Telegram. Un semplice “Ciao” da L.
Ho aspettato due ore prima di rispondere, un ultimo sussulto di orgoglio. “Ciao, bentornata.” Non ha perso tempo. La risposta è arrivata con un allegato: la foto di una ragazza nuda. Sono rimasto a fissare lo schermo. Era splendida. Un seno pesante, naturale, una depilazione parziale che la rendeva incredibilmente vera, lontana anni luce dalla perfezione asettica delle pornostar. Ma in rete il cinismo è d’obbligo.
“Fammi vedere il lato B,” ho digitato, cercando di mantenere il distacco di chi sta valutando una merce. Due scatti, immediati. Uno intero, un profilo perfetto; l’altro a novanta gradi, le mani che le divaricano le chiappe per offrirmi l’intimità del suo buco. In venti minuti, conoscevo la geografia del suo corpo meglio di quella di molte donne che avevo effettivamente spogliato.
Era eccitante. Servizievole. Mi dava del tu, infrangendo il protocollo che il mio annuncio suggeriva, ma mi stava bene. Cercavo un’esibizionista con tendenze sottomesse, non un automa. Eppure, c’era quel retrogusto di sospetto: era troppo perfetta. Troppo disponibile.
Abbiamo iniziato a scriverci senza sosta. Una confidenza che si autoalimentava tra una foto e un racconto. “Voglio vedertela per bene,” le ho ordinato. Mi ha risposto con uno scatto della sua vagina spalancata. “Mettiti qualcosa di sexy.” È riapparsa con un paio di mutandine che sembravano disegnate sul suo corpo.
Ho alzato la posta. Volevo testare il suo limite, capire dove finiva il gioco e dove iniziava la realtà. L’ho mandata in giro senza biancheria. “Fermati in un negozio. Entra in un camerino e dimostrami che sei nuda lì sotto.” L’ha fatto. Le foto che mi ha inviato — il contrasto tra la luce fredda del negozio e il calore della sua pelle esposta — erano tra le cose più erotiche che avessi mai visto.
A quel punto, ho imposto il protocollo. Regole ferree: mail di saluto ogni mattina con foto di presentazione, in ginocchio; mail della buonanotte. Non ha mai sgarrato. Nemmeno una volta.
Ho iniziato a scendere più a fondo nelle sue pieghe, non solo fisiche. Ho scoperto i suoi strumenti: una collezione di sex toys da far invidia a un professionista. L’ho costretta a tenere le palline vaginali per ore, osservando poi nei video come venivano espulse insieme ai suoi umori, lucide di desiderio e fatica. Ho osato ancora: “Voglio vederti mentre fai pipì.” Mi ha mandato un video nella vasca, lo sguardo fisso nell’obiettivo mentre si liberava per me.
Non capivo. Come potevo essere così fortunato? Com’era possibile che quella creatura fosse reale e fosse tutta per me?
E poi, senza accorgermene, la dinamica è mutata. Tra un ordine e un orgasmo telecomandato, sono spuntate le parole. Quelle vere. Confidenze sui problemi quotidiani, paure, sogni. La sottomessa si stava trasformando in una confidente; l’oggetto del mio desiderio era diventato un’alleata.
Non avevo solo trovato una ragazza che eseguiva i miei ordini. Avevo trovato un’amica. Forse la più intima che avessi mai avuto, legata a me da un filo invisibile fatto di pixel, sottomissione e una sincerità brutale che solo l’oscurità del web sa proteggere.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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