Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Sono una persona molto abitudinaria, raramente esco fuori dal mio schema mentale.
È venerdì, ora di pranzo, il mio schema prevede una corsa al parco per poi fermarmi a bere un frullato di frutta fresca in un piccolo locale tanto carino, sul ciglio della strada. Distrattamente indosso gli abiti per correre ed esco, iniziando a saltellare durante il tragitto come fosse una sorta di riscaldamento.
Quando arrivo dò uno sguardo veloce alle persone che mi circondano, una mamma con il suo bambino, anche se perennemente al telefono mentre il figlio si rotola nell’erba; una coppia di anziani, li vedo spesso nei mesi estivi, si siedono mano nella mano su di una panchina e aspettano, non so cosa aspettino, forse lasciano solo che il tempo scorra via, sperando il piu’ lentamente possibile, sorrido e nel distogliere lo sguardo lo noto, noto quel signore che, come ogni giorno ad ora di pranzo è lì, seduto sulla panchina a leggere distrattamente qualcosa.
Inizio a correre, lascio che i pensieri, le ansie e le paure scivolino via, libero la mente e quasi mi sembra di volare.
Faccio qualche giro del parco, poi mi fermo a bere il mio meritato frullato. Con la coda dell’occhio vedo l’uomo di prima alzarsi, sedersi accanto a me e con un sorriso mi saluta mentre ordina anche lui qualcosa.
Non riesco a smettere di guardarlo: è alto, ben vestito, lo sguardo profondo, una leggera barba ben curata, un orologio al polso che probabilmente costa più di me…
“ è un regalo” dice, probabilmente perché avrà notato che lo stavo fissando, bene, ora conosco anche la sua voce, profonda almeno quanto lo sguardo che sentivo posarsi sulle mie pallide cosce.
“ è molto bello” rispondo.
Iniziamo a parlare, mi racconta di come sia dovuto andare via dalla sua città, di come con le sue forze abbia aperto una piccola azienda, dei problemi che ne derivano dalla gestione…
“Ora devo andare, ti va di continuare il discorso a cena?”
Non mi aspettavo questo invito, devo averci impiegato qualche secondo per realizzare che si trattava di un appuntamento: “ ss—i, si” le uniche parole che in quel momento sono riuscita a dire.
(…)
Sono ormai le 19, sono appena uscita dalla doccia, il mio letto è letteralmente invaso da vestiti, devo essermi cambiata già almeno 10 volte, è passato molto tempo dall’ultimo appuntamento, non ho proprio tempo di uscire, scambiarsi messaggini insulsi, telefonarsi, insomma, quelle cose da fidanzatina proprio non fanno per me, “perché ho accettato?” ripeto come un disco rotto mentre svaligio l’armadio in cerca di qualcosa di appropriato da indossare.
Il suono del campanello mi riporta alla realtà, spaesata controllo l’orologio che segna le 20.30, entro nel panico, ho passato tutto questo tempo a prepararmi e ancora non sono pronta.
“Cosa faccio ora?”
Apro la porta, penso e così feci.
Prendo la prima maglietta che trovo sul letto, la indosso velocemente mentre corro verso la porta, la apro e saluto quell’uomo, ancora piu’ affascinante di come lo ricordavo, mi scuso, lo faccio accomodare e preannuncio che sarò pronta in 10 minuti, correndo in camera per vestirmi il più velocemente possibile.
(…)
Finalmente sono pronta.
Sei bellissima” dice guardandomi.
Arrossisco ma noto il suo sguardo cambiare, mi sta fissando, ho la sensazione di essere mangiata con gli occhi, mi sento come una preda che è stata messa all’angolo, in quel momento non posso non rimproverarmi di aver fatto uno sbaglio, far entrare in casa uno sconosciuto, cosa mi è passato per la mente.
Deve aver visto il mio sguardo, subito dopo infatti mi sorride e mi invita a seguirlo per andare a cena, “andiamo prima che si faccia tardi, dopo di lei signorina”…
Così usciamo.
(…)
La serata è andata bene, abbiamo parlato, riso, scherzato; non so dire se è colpa del vino ma non ho voglia di concludere così la serata, propongo di andare a fare una passeggiata nel parco, in modo da smaltire la cena.
Arrivati al parco noto che ci sono davvero poche persone, un ragazzo con il suo cane, un uomo che sta buttando la spazzatura ed un gruppetto di adolescenti che si divertono rumorosamente.
Camminando siamo arrivati in un punto abbastanza isolato, notavo l’uomo avvicinarsi sempre di piu’ fin quando non si ferma, mi guarda e mi bacia.
Un bacio lungo, passionale, caldo, avvolgente, sentivo la sua barba premere leggermente sul mio viso.
Quando si allontana, staccando le sue labbra dalle mie noto un sorriso malizioso sul suo volto e sento la mano scendere giù, disegnando le curve del mio corpo fino a sfiorare l’orlo di quel dannato vestitino, preso di corsa sul letto solo perché non avevo piu’ tempo, infatti la mia scelta era indirizzata inizialmente a ben altro.
Prima che potessi dire una sola parola o realizzare quanto stava per accadere lui mi tirò a sé, mi mise la lingua in bocca e mi infilò la mano nelle mutande, premendo prepotentemente contro la figa, allargando le labbra e infilando un dito dentro.
Quasi mi sentii svenire, non riuscivo a realizzare la situazione, mi sentivo la testa leggera, il respiro pesante e il ventre caldo… Si, proprio così, più quell’uomo muoveva furiosamente le dita nella mia figa più mi bagnavo e sorprendendo persino me stessa mi lasciai andare in un orgasmo intenso.
Ci volle qualche secondo per riprendermi.
La risata di quell’uomo mi riportò alla realtà, non avevo il coraggio di aprire gli occhi e di guardarlo ma mi feci coraggio e notai che quel sorriso malizioso non era svanito. Stavo per dire qualcosa, per interrompere quel silenzio imbarazzante quando lui mi fece cenno di stare zitta portandosi il dito alla bocca, mi girai, pensando che poteva esserci qualcuno nelle vicinanze ma non vidi nessuno, solo lui che togliendosi la cravatta la poggiava sul mio collo, facendomela indossare. Non riuscivo a capire il perché di questo gesto, soprattutto quando afferrò la parte più lunga e quasi tirandola mi costrinse a seguirlo, camminavamo così, lui qualche passo avanti a me che mi tirava dall’estremità della sua cravatta, ancorata al mio collo.
Non facemmo molta strada quando iniziò a parlarmi del suo modo di approcciarsi al sesso, mi spiegò che a lui eccita comandare, che ormai avevo risvegliato la bestia che dormiva e che se lo avessi seguito avrei rinunciato a qualsiasi potere decisionale per le prossime ore.
Arrivammo vicino la macchina, “cosa hai deciso di fare?” mi disse guardandomi con uno sguardo serio, molto serio, come non era mai stato fino ad ora.
Quasi non mi resi conto del tempo che passava, non so perché non sono scappata via da quella situazione, forse volevo sperimentare, forse volevo godere, forse quell’uomo riusciva a far emergere un lato di me che non pensavo nemmeno di avere, “ti seguirò” furono le parole che timidamente uscirono dalla mia bocca.
“Bene” disse lui mentre apriva il bagagliaio della macchina, “allora si accomodi signorina” disse ridendo e facendomi cenno di salire.
Titubante e con la figa bagnata non dissi nulla, mi avvicinai e con il suo aiuto mi rannicchiai in posizione fetale nel bagagliaio, pochi istanti dopo sentii la macchina partire.
Un viaggio che sembrava lungo un’eternità, un viaggio scomodo, dove i miei pensieri rimbombavano nella mia testa vuota come cannoni che sparano facendo un rumore assordante, il mio corpo che mi dava segnali contrastanti, avevo paura ma mi sentivo tremendamente eccitata, le mutande erano zuppe e quasi mi davano fastidio, nel tentativo di toglierle mi ritrovai a rotolare nel bagagliaio, a strusciare le gambe nella speranza di trovare una posizione comoda, finalmente la macchina si fermò e feci un piccolo giro su me stessa, volevo farmi trovare nella posizione di partenza ma non ci riuscii, era molto stretto e muoversi sembrava quasi impossibile.
Quando la portiera si aprì ci misi un po’ ad abituarmi alla luce, non mi resi conto che ormai ero senza mutande, con le gambe aperte che lasciavano ben poco all’immaginazione, che cercavo inutilmente di rialzarmi, quasi come una tartaruga rigirata sul suo guscio che goffamente cerca di rialzarsi.
Lo sentì ridere, di nuovo, quella risata così rumorosa che sapeva scuotermi nel profondo, non so cosa mi sia successo ma la mia mano scese automaticamente a cercare il clitoride, quel clitoride che non mi stava dando tregua, che pulsava e reclamava il suo orgasmo.
Non mi importava più niente, ormai cosa poteva andare peggio? Ero nel cofano di uno sconosciuto, con un collare al collo, un vestito oscenamente corto, senza mutande e con le gambe spalancate e la figa colante dal mio precedente orgasmo… Iniziai a muovere velocemente le dita che toccavano il clitoride quasi fosse la lampada del genio, da sfregare per poter esprimere i desideri, non riuscivo a contenermi, aumentavo il ritmo, sempre di più fin quando non ebbi un orgasmo, incurante di dove fossi urlai tutto il mio piacere.
In quel momento sentii il calore di quell’uomo, si era eccitato nel vedermi e non ha resistito dallo sborrarmi in faccia tutto il contenuto dei suoi coglioni, allungò la mano per prendere la mia e mi fece alzare, eravamo in un garage, suppongo di casa sua. Mi fece strada e senza dire una parola mi accompagnò in casa, il silenzio era assordante, cercavo di coprirmi quanto più possibile con il vestito, come se ci fosse qualcosa da coprire, come se non mi fossi umiliata già abbastanza.
Entrai in casa sua, una piccola ma accogliente casa, ben arredata anche se un po’ fredda per i miei gusti.
“Terza porta a sinistra, vai a lavarti, fai schifo conciata così” disse mentre si versava da bere.
Con la testa ancora incredula andai in bagno, accesi la luce e mi trovai davanti uno specchio, ero ancora sporca del suo sperma, il trucco sfatto, i capelli che sembravano un nido di una rondine, eppure non potevo essere più felice, pensai che finalmente avevo incontrato la persona giusta: “non importa quanto possa farmi paura questa situazione, andrò fino in fondo” pensai, entrando in doccia.
(…)
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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Segnalacelo subito qui
Nulla mi fa più piacere che penetrare, attraverso le tue parole, nella mente di una Sottomessa. Avere uno scorcio di cosa prova quando viene umiliata, posseduta e quando si piega infine alla sua natura è l’unico modo per me di raggiungere l’altra faccia della medaglia, di colei che mi è complementare.
Grazie, Eloise.
Figurati! Sicuramente ne posterò altri.
Condivido, bellissimio racconto… ne aspetto anche io altri (o il seguito…)
Grazie!