Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Arrivo a casa sua che è già sera, col fiato corto di chi sa che stasera il confine verrà calpestato. Ormai da due mesi il rito è lo stesso: varco la soglia, mi spoglio di ogni abito e di ogni pretesa, e mi metto a quattro zampe. Stasera, però, il Padrone ha stretto i legacci intorno al mio sesso con una ferocia nuova; il cazzo e le palle, strozzati dal nodo scorsoio, pulsano di un viola cupo, una promessa di dolore costante. Afferro il guinzaglio collegato direttamente ai miei genitali e glielo porgo, in ginocchio, baciandogli i piedi in segno di assoluta devozione.
Lui resta in piedi sopra di me, reggendo quella corda che tiene in ostaggio la mia virilità. La tiene in tensione, quel tanto che basta per ricordarmi che ogni mio movimento dipende dal suo polso. Lo guardo negli occhi, il respiro pesante.
«Sono pronto».
Un sorriso appena accennato gli increspa le labbra. Lui sa. Sa che quelle parole non riguardano solo la carne, ma il crollo definitivo della mia verginità anale. Non è solo un atto fisico; è il sabotaggio sistematico di trent’anni di convinzioni sulla mia eterosessualità, già vacillanti dopo i pompini delle scorse settimane. Accettare il Padrone dentro di me significa ammettere che la mia sottomissione è totale, senza zone d’ombra.
Mi porta a spasso per la casa come un animale. Cammino a quattro zampe, sentendo ogni strattone del guinzaglio riverberare direttamente nelle palle gonfie. Ogni scatto della sua mano mi strappa un gemito di dolore acuto, una scossa che mi ricorda chi comanda. Mi fa salire su un tavolino basso, restando carponi, offrendogli la vista del mio sesso martoriato e del mio buco esposto.
Mi lascia lì, sospeso nell’attesa, sparendo in un’altra stanza. Il silenzio della casa è rotto solo dal mio ansimare. Quando torna, il rumore del flacone di lubrificante è il preludio alla fine. Sento le sue dita fredde e scivolose che iniziano a preparare il mio orefizio, mentre la mia bocca si occupa di lui. Inondo il suo cazzo di saliva, lo succhio con un’avidità nuova, cercando di renderlo un monolite di marmo pronto a invadermi.
Quando decide che il tempo è maturo, si sposta alle mie spalle. Accarezza con una mano il mio cazzo che cola precum per l’eccitazione e appoggia la punta al mio buchetto.
Entra. Lo fa con una dolcezza metodica, quasi crudele. Sento la prima spina: quella fisica. Il mio corpo non è abituato a ospitare nulla di così imponente e il dolore è un lampo bianco che mi attraversa la spina dorsale. Lui è bravo, si muove con pazienza, uscendo e entrando piano per permettere alle mie fibre di cedere, di accoglierlo.
Poi, quando il dolore inizia a mutare in una pressione sorda e pulsante che lambisce il piacere, il ritmo accelera. La stimolazione è totale. Mi concede di venire proprio lì, sul tavolino, in un’esplosione che mi svuota i sensi. Poco dopo, sento il calore del suo seme che mi riempie internamente, sigillando il patto.
«Bravo».
Il premio per aver abbattuto l’ultima barriera è l’ordine di pulire la mia stessa venuta dal tavolo, usando solo la lingua. Lo faccio con una devozione che mi spaventa. Mi abbraccia, un momento di calore umano che stride con la brutalità dell’atto appena compiuto.
Mi sento appagato, svuotato, eppure so che una volta richiusa quella porta, nel buio del mio ritorno a casa, arriveranno le altre spine. Quelle psicologiche. I sensi di colpa, le domande su chi sono diventato. Ma per ora, mentre sento ancora il suo peso addosso, scelgo di non pensare. Mi godo l’attimo della mia resa totale.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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