Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’annuncio sembrava un residuo di un’altra epoca, o forse lo scherzo di un annoiato annoiato. “Distinta Signora cerca accompagnatore… tuttofare adeguatamente stipendiato.” In un momento in cui il mio conto in banca languiva e le offerte di lavoro rasentavano il ridicolo, decisi di rispondere. Più per sfida, più per disperazione. Ma la risposta di Sandra arrivò come una secchiata d’acqua gelida: niente curriculum, niente referenze. Solo due foto. Nudo. Fronte e retro. “Se ti vergogni di mostrare la faccia, non sei quello che cerco.”
Mandai tutto, chiudendo gli occhi prima di cliccare “invio”. Dieci minuti dopo, avevo un appuntamento: Via degli Oleandri 7, ore 16:00.
La villetta era un gioiello di discrezione e ricchezza, immersa in un quartiere dove il silenzio è un lusso per pochi. Quando arrivai, l’imbarazzo mi serrò la gola: non ero solo. Altri quattro ragazzi, tutti con l’aria di chi passa più tempo in palestra che sui libri, aspettavano in corridoio. Mi sentivo fuori posto, il più vecchio, il meno “fisicato”. Ma poi iniziai a osservare la scena: i candidati entravano e, dopo mezz’ora, uscivano nudi, rivestendosi in fretta con facce scosse, fuggendo via senza dire una parola.
Quando rimasi l’ultimo, la voce di lei mi chiamò. Entrai. Sandra aveva sessantasette anni e portava i segni del tempo con una dignità feroce, seduta dietro una scrivania antica come se fosse un trono. «Spogliati e mettiti in piedi qui davanti a me.»
Eseguii. Non ci fu imbarazzo, solo un’improvvisa scarica di adrenalina. Sentire i suoi occhi esperti, carichi di una malizia antica, posarsi esattamente tra le mie gambe fu un innesco immediato. Sotto il suo sguardo, il mio sesso iniziò a gonfiarsi, pulsando con un vigore che mi sorprese. «Mi scusi Signora… non volevo… che figura…» farfugliai. «No, caro. È una cosa che mi fa piacere,» rispose lei con un sorriso sottile. «Finalmente uno con il cazzo che funziona. Vieni più vicino. Fammi vedere.»
Si sporse, lo prese tra le dita, saggiandone la consistenza, scappellandolo con una lentezza metodica che mi fece quasi mancare il respiro. Quando fu soddisfatta della sua rigidità di marmo, mi ordinò di tornare al mio posto.
Sandra parlò con la chiarezza di un notaio. Vedova, ereditiera, stufa dei sentimenti ma affamata di servizi. Cercava uno schiavo tuttofare. Vitto, alloggio, uno stipendio che non avrei mai sognato, ma in cambio la mia libertà totale. Niente vacanze, niente amici, niente giorni di malattia. Solo io, lei e i suoi capricci. «Sessualmente funzioni?» mi chiese, puntando gli occhi sui miei. «Sì, Signora.» «Sì, l’ho visto. Ma dovrai fare gli esami. Pensi che permetterei a un cazzo che è stato dentro chissà chi di entrare in me senza controllo?»
Mi azzittì con un gesto quando provai a replicare. Mi torchio con domande dirette, brutali. Mi chiese dei miei gusti, della mia disponibilità al sadomaso e alla sottomissione passiva. «Se ti voglio fare il culo, ti faccio il culo. Capito?» «Sì, Signora. Non avrei problemi.»
Il suo sguardo si addolcì di una sfumatura predatrice. Rispetto agli “sbarbatelli” che mi avevano preceduto, incapaci di reggere la pressione del suo carisma, io ero l’unico a essere rimasto sull’attenti, in tutti i sensi. «Avvicinati. Inginocchiati.» Mi portai tra le sue gambe. Lei sollevò la gonna di seta con un gesto fluido, rivelando una vulva perfettamente depilata, tesa, incredibilmente invitante nonostante l’età. «Se passi anche l’esame orale, sei assunto.»
Sono passati tre mesi. Tre mesi in cui ho imparato a stirare le sue camicie di seta, a guidare la sua Jaguar nel traffico di Milano e a curare il giardino della villa. Ma soprattutto, tre mesi in cui sono diventato il suo oggetto preferito. La mia giornata inizia nudo, ai piedi del suo letto, e finisce spesso con il sapore del suo piacere o del suo lubrificante in bocca.
Prendo uno stipendio da dirigente per fare il domestico e lo stallone. Mi ha introdotto a pratiche che non avrei mai osato immaginare, insegnandomi che il dolore, se somministrato dalle mani giuste, è solo un’altra forma di devozione. E mentre pulisco i pavimenti della sua camera, sapendo che tra poco mi chiamerà per essere usato, mi rendo conto della verità più dolce e umiliante: non sono mai stato così felice.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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