Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il trasloco nel nuovo condominio non era stato solo un cambio di indirizzo, ma l’ingresso in un ecosistema di carne, desideri e ossessioni che non avrei mai potuto immaginare. Tre donne, tre archetipi di bellezza, e un unico, viscerale punto di convergenza che mi faceva mancare il respiro: i loro piedi.
C’era Rita, quarant’anni di vigore atletico e curve sode. Il decathlon le aveva lasciato un fisico esplosivo, ma erano le sue estremità, muscolose eppure femminili, a tormentarmi. Poi c’era Anna, la bruna dal viso fine e dal sedere marmoreo, avvolta in una corazza di perbenismo borghese e moralismo da catechista. Infine Patrizia, la rossa slanciata, un’apparizione su tacchi a spillo che camminava con la sicurezza di chi sa di essere una preda troppo costosa per chiunque.
Per me, gli occhi erano solo specchi e il seno solo contorno. Il mio sguardo cadeva sempre lì, a terra, sulla curva dell’arco plantare, sulla seta delle calze o sulla pelle nuda che emergeva da sabot vertiginosi.
Il mio ingresso in quel mondo iniziò con Rita. Approfittai dell’assenza cronica del marito per trasformarmi nel vicino ideale, finché un pomeriggio la porta si aprì. Lei era in accappatoio, umida di doccia, i piedi poggiati su pantofole rosa dal tacco accennato. Il profumo del bagnoschiuma si mescolava a quello della pelle calda.
«Mi guardi spesso i piedi, vero?» mi chiese con un sorriso che era una trappola.
Confessai. Mi aspettavo imbarazzo, ricevetti un invito al peccato. Scoprii che Rita era un’incallita feticista di se stessa: collezionava autoscatti delle proprie dita smaltate, annusava le sue scarpe dopo il lavoro, adorava la propria perfezione. Quel giorno divenni il suo sacerdote. Mi riempì la bocca con le sue dita morbide, usò i suoi tacchi per segnarmi la pelle, trascinandomi in un vortice di adorazione che non conosceva limiti.
Ma Rita voleva di più. Voleva condividere la sua natura con le altre. «Anna ha dei piedi divini,» mi disse un giorno, «ed è una padrona nata, anche se non lo sa.»
L’invito per un poker del sabato sera fu il pretesto. Le tre donne si ritrovarono nel salotto di Rita. Il gioco durò poco. Rita tirò fuori due paia di scarpe nuove, “troppo grandi per lei”, invitando le amiche a provarle. Quando Anna e Patrizia rimasero scalze, l’aria nella stanza cambiò, facendosi densa e carica di elettricità.
Rita si inginocchiò davanti ad Anna; io feci lo stesso davanti a Patrizia. Non eravamo commessi, eravamo servitori. Iniziai a massaggiare i piedi lunghi e venosi della rossa, sentendo la pelle setosa sotto i polpastrelli. Patrizia chiuse gli occhi, abbandonandosi con un sospiro.
Ma fu Anna a rivelare la sua vera natura. Mentre Rita le sfiorava l’alluce con le labbra, la “moralista” del terzo piano spinse il piede con forza nella bocca dell’amica.
«Succhiami le dita, Rita. Leccami. Non credere che voglia sesso da te, sarebbe immorale. Voglio solo che tu capisca quanto mi sei inferiore.»
Il salotto divenne un tempio di sottomissione. Anna godeva nel dominarci psicologicamente, nascondendo la sua lussuria dietro un velo di superiorità castigatrice. Ci schiaffeggiava il volto con le piante dei piedi, esigendo che ogni centimetro venisse lucidato dalla nostra saliva.
Patrizia, dal canto suo, non era da meno. Mi calpestava il petto e il viso con il suo arco plantare perfetto, ripetendo con voce roca e aggressiva: «Lecca il piede della tua padrona, schiavo. Leccalo bene.»
Andammo avanti per ore, in un groviglio di gambe, calze smagliate e odore di cuoio. Godemmo tutti, ognuno a modo suo: le donne attraverso il potere del comando, noi attraverso il piacere dell’umiliazione.
Oggi tutto sembra tornato alla normalità. Anna predica ancora i valori della famiglia in chiesa, Patrizia continua a incantare il quartiere con le sue gonne corte e Rita aspetta che il marito riparta per chiamarmi. Siamo legati da un segreto che cammina silenzioso su tacchi altissimi.
E mentre le guardo dalla finestra, noto che al secondo piano è appena arrivata una nuova vicina. Ha caviglie sottili e scarpe che promettono nuove, deliziose torture. Il mio sogno è appena ricominciato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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