Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Non mi pareva vero. Dopo mesi di ricerche e delusioni, finalmente una Padrona. La nostra conoscenza in chat era stata un lento e calmo avvicinamento; non era una che andava subito al sodo, e quella sua apparente pacatezza mi rilassava, abbassando le mie difese. Quando poi il discorso era scivolato sull’hot, la sintonia era stata totale. Aveva capito chi fossi, cosa desiderassi e — fortuna sfacciata — era esattamente ciò che eccitava lei.
Poi, il silenzio. Dopo una videochiamata che aveva cancellato ogni mio dubbio sulla sua identità — un’immagine divina, scolpita nello schermo — ed aver eseguito i suoi primi, gelidi ordini di spogliarmi e mostrarmi, era scomparsa. Una settimana di vuoto assoluto. Un blackout che aveva nutrito la mia ossessione.
Finché non era arrivata quella mail: “Ci vediamo mercoledì sera al Dungeon XXX a Milano, alle 20:00. Pagherai tu. Scrivimi quando hai fatto.” Il destino sa essere ironico: il posto era a due passi da casa mia. Prenotato. Conferma inviata. La sua risposta fu un secco: “Bene, ci sentiamo mercoledì.”
Mercoledì mattina, l’ultimo comando: “Ci vediamo lì. Mi aspetterai nudo nella gabbia, lascia la porta aperta.” Arrivo all’indirizzo con il cuore che martella contro le costole. Digito il codice sul tastierino, entro. Il silenzio è pesante, rotto solo dal ronzio elettrico delle luci soffuse. È deserto, proprio come lo immaginavo. L’odore di cuoio, metallo e disinfettante mi investe i sensi. Mi aggiro tra gli attrezzi, chiedendomi quali di quegli strumenti lei avrebbe scelto per il mio corpo. Lascio la porta socchiusa, trovo la gabbia. Mi spoglio, sentendomi vulnerabile e ridicolo nella mia nudità integrale, entro e mi chiudo dentro.
Aspetto. Venti minuti che sembrano ore, scanditi solo dal mio respiro accelerato. Poi, il rumore di passi.
È lei. Splendida. Una cinquantina d’anni portati con una regalità che mette soggezione, bionda, il viso liscio come porcellana e privo di rughe. Si ferma davanti alla gabbia, mi squadra e scoppia in una piccola risata fredda. «Vado a prepararmi e poi ci divertiamo,» dice, prima di sparire in uno stanzino. Torna poco dopo fasciata in un body di pelle nera che sottolinea ogni curva del suo potere. È bellissima. È letale.
Mi apre la gabbia con un cenno imperioso. Esco, umiliato e adorante. Mi conduce al centro della stanza, sotto una corda che pende dal soffitto. Mi afferra le mani, le lega strette e inizia a tirare la carrucola. Sento le spalle scricchiolare, i piedi che faticano a mantenere il contatto con il suolo. Non ha finito. Si inginocchia davanti a me, mi stringe due cavigliere pesanti e inserisce tra di esse una sbarra di metallo. La trazione mi costringe a tenere le gambe spalancate, annullando ogni possibilità di difesa. Ora sono appeso, esposto, totalmente alla sua mercé.
Si avvicina al mio sesso. Con dita esperte e crudeli, inizia a legare cazzo e palle con una cordicella sottile, stringendo finché la pelle non diventa violacea. Ne fa un pacchetto compatto, rigido, che schiaffeggia con noncuranza un paio di volte, godendosi i miei gemiti strozzati.
Soddisfatta della sua opera, stacca una frusta dalla parete. Il primo colpo arriva senza preavviso, uno schiocco secco che mi incendia la schiena. Poi un altro. E un altro ancora. La frusta non tralascia nulla: culo, gambe, pancia, petto. Anche il mio povero cazzo, già martoriato dalle legature, viene investito dai colpi. Inizio a gridare, il dolore è una scossa elettrica che mi attraversa il cervello. Lei si ferma, mi fissa negli occhi e mi infila una ballgag in bocca, soffocando le mie grida in un lamento gutturale. E ricomincia.
Dopo un tempo infinito, quando il mio corpo è una mappa di strisce rosse e brucianti, decide di farmi scendere. Crollo a terra, sfiancato, la testa che gira. Ma è solo l’inizio.
Mi slega le mani ma lascia l’asta legata. Resto prostrato ai suoi piedi. «Baciami i piedi,» ordina. Eseguo con una devozione che rasenta il fanatismo. Non lascio un millimetro di pelle senza il contatto delle mie labbra. Lei si siede su una sorta di trono, rilassata, godendosi il mio servilismo. Mi chiede la lingua, e io la uso per lavare ogni centimetro della pianta e delle dita dei suoi piedi, assaporando il gusto del suo potere.
Presto, però, si stanca della mia bocca. È il momento del mio culo. Mi trascina verso una gogna, incastrandomi testa e mani. Mentre sono bloccato, viene davanti alla mia faccia e, con una lentezza sadica, mi mostra lo strap-on che sta indossando. Sento il gelido lubrificante colare tra le mie chiappe, poi la pressione violenta. Non è gentile. Mi prende con la foga di un toro da monta, cavalcando il mio buco non abituato a tanta ferocia. Le mani sui miei fianchi mi tengono fermo mentre lei spinge a fondo. Sono eccitato in modo parossistico, ma le corde che stringono il mio cazzo trasformano il piacere in un dolore lancinante. Non posso venire. Posso solo subire.
Quando finalmente estrae l’arnese dalle mie viscere, mi sento svuotato, aperto. Mi libera dalla gogna e mi ordina di mettermi in ginocchio. Si avvicina; insieme allo strap-on ha rimosso anche le mutandine. La sua figa è lì, a pochi centimetri dal mio viso. «Voglio venire.» Mi tuffo tra le sue gambe, la lingua che lavora con una disperazione cieca. La sento sussultare, contrarsi, venire due volte sulla mia lingua prima di scostarsi, ricomponendosi con una calma glaciale.
«Bravo schiavetto, sono soddisfatta,» dice, guardandomi dall’alto in basso mentre cerco di riprendere fiato. «La prossima volta vieni da me.»
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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