Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Con i polsi bloccati dietro la schiena da un nastro di raso bordeaux. In ginocchio. La bocca spalancata e forzata da un ball gag di silicone nero, tenuto saldo da una cinghia di pelle. Ai piedi, solo un paio di décolleté laccate rosso fuoco con tacco quindici. Calze autoreggenti color carne, trasparenti, con la riga posteriore. Niente slip. Il petto è schiacciato da un corsetto di raso nero steccato che spinge i miei seni verso l’alto, offrendo i capezzoli gonfi e turgidi allo sguardo dei presenti. Il trucco è pesante, teatrale: labbra disegnate di rosso, mascara e smokey eyes. Le mie natiche, esposte e leggermente sollevate, sono abbondantemente spalmate di gel lubrificante. Ci sono finita di mia spontanea volontà. E l’eccitazione mi sta divorando il cervello. Sono pronta. Mi trovo nel salone di una sontuosa tenuta di caccia dell’hinterland romano, di proprietà del Sottosegretario allo Sviluppo Economico. Stanotte sarò la sua puttana personale, e mio marito sarà lì. Fermo. A guardare. Ma facciamo un salto indietro. Come siamo arrivati a questo altare di lussuria e corruzione? Era il 2012, in piena crisi economica. L’azienda di logistica di mio marito, la Giano Trasporti, era sull’orlo del baratro. Il nostro stile di vita patinato — weekend a Cortina, cene da Cracco, borse di Hermès e SUV di grossa cilindrata — stava per crollare come un castello di carte. Stavamo per mandare a casa trenta dipendenti. Marco, mio marito, capì che il mercato libero era un’illusione. Per sopravvivere in questo Paese dovevamo entrare nel giro degli appalti pubblici, e per farlo servivano agganci ministeriali. La mia disinvoltura e la mia innata vocazione per il “pubbliche relazioni”, per così dire, avrebbero sicuramente sbloccato qualche porta. Iniziammo a frequentare i salotti giusti della capitale, elargendo “contributi” e prestandoci a favori logistici durante le campagne elettorali. La vera svolta arrivò durante un gala di beneficenza organizzato da una fondazione politica vicina al Governo. Marco si presentò in uno smoking sartoriale impeccabile; io indossavo un abito da sera verde smeraldo, profondamente scollato sulla schiena, aderente come una seconda pelle. Capelli raccolti in uno chignon morbido, diamanti alle orecchie e un profumo che costava quanto lo stipendio di un operaio. Appena entrammo nel salone di Palazzo Brancaccio, sentii gli sguardi degli uomini scivolare sul mio corpo come mani invadenti. Perfetto, pensai. Stasera incassiamo. Dopo i noiosissimi discorsi di rito e la cena, ci spostammo nella sala dei ricevimenti per il networking, con calici di Franciacorta che scorrevano a fiumi (rigorosamente pagati con i fondi del partito). L’aria si fece densa, allegra, corrotta. Individuai il mio bersaglio: il Sottosegretario. Un uomo sulla cinquantina avanzata, brizzolato, carismatico, con l’arroganza di chi muove milioni di euro con una telefonata. Lo avvicinai mentre era isolato vicino a una scultura di marmo. Iniziammo a chiacchierare. I suoi occhi, prevedibilmente, continuavano a cadere nella voragine della mia scollatura. Fingendo di essere brilla e disinibita, gli poggiai una mano sull’avambraccio. Gli parlai della crisi, delle trenta famiglie che rischiavano la strada, e di come la nostra azienda potesse essere una “risorsa eccellente” per i nuovi poli logistici statali. «Per salvare la mia azienda e il futuro di mio marito… sarei disposta a fare pazzie, Onorevole,» gli sussurrai, sfiorandogli il bavero della giacca. Lui sorrise, un sorriso da squalo. Capì perfettamente. «Aiutare l’imprenditoria locale è il mio dovere morale,» rispose con finta solennità. «E la sua compagnia, mia cara, è un incentivo formidabile. Ne parleremo stasera stessa. Alla mia tenuta.» L’accordo era sigillato. Diede ordine al suo autista di farci scortare nella sua villa fuori città. Appena arrivati, ci fecero accomodare in una sala con i divani in pelle Chesterfield, illuminata dal fuoco del camino. C’erano due addetti alla sicurezza, imponenti ragazzi di origini senegalesi, vestiti in abiti scuri. Dopo mezz’ora, il Sottosegretario fece il suo ingresso. Non era solo. Con lui c’erano tre deputati, volti notissimi dei talk show televisivi. Uno di loro era addirittura un esponente di spicco dell’Opposizione. «Sorpresa?» mi chiese il Sottosegretario, ridacchiando. «In Parlamento ci scanniamo per il popolino, ma in privato… il potere unisce tutti. Destra, sinistra… stasera celebriamo le larghe intese sul tuo corpo.» Si avvicinò a Marco, battendogli una mano sulla spalla. «Per stanotte, la tua signora è proprietà dello Stato. E tu guarderai. Se farà la brava, avrai i tuoi appalti milionari.» Marco mi guardò. Avevamo già discusso di questa eventualità in auto. Annuì, il respiro già corto per un’eccitazione perversa che lo stava divorando. Il Sottosegretario si rivolse a uno dei senegalesi: «Preparatela per la firma del contratto.» Fui portata in una stanza adiacente, spogliata e preparata come ho descritto all’inizio. Quando fui riportata nel salone, i quattro politici erano già nudi, i loro corpi maturi esposti e i membri turgidi. «Eccola qui. La nostra lobbista preferita,» esclamò il Deputato dell’Opposizione. Il Sottosegretario si posizionò alle mie spalle. Ero in ginocchio, bendata, la bocca sbarrata dal ball gag e i polsi legati. Sentii la sua carne calda e dura premere contro il mio sfintere lubrificato. Senza alcun preliminare, spinse il bacino in avanti, piantandomi l’intero membro nel retto con un unico colpo. Un dolore acuto, bruciante, mi trafisse l’addome. Il bavaglio mi impedì di urlare, costringendomi a emettere solo un lungo, rauco gemito dal naso. Ma il dolore fu subito sopraffatto dall’eccitazione estrema, dal senso di degradazione e dal potere che stavo conquistando sottomettendomi. «Brava cagna. Adattati,» sussurrò lui, iniziando a stantuffare. Dopo un paio di minuti, si fermò. «Toglietele il bavaglio, ma lasciatela bendata. Voglio sentirla parlare.» Appena ebbi la bocca libera, presi grandi boccate d’aria. «Chi sei tu?» mi chiese il Sottosegretario, spingendo a fondo. «Sono la vostra troia di Stato, Onorevole,» risposi senza esitare. «E tuo marito cos’è?» «È un lurido cornuto che vi ringrazia per gli appalti!» urlai, la voce incrinata dal piacere. Mentre il Sottosegretario mi martellava da dietro, sentii un’altra presenza davanti al mio viso. Una mano mi afferrò i capelli e un membro spesso e venoso premette contro le mie labbra. Aprii la bocca e lo accolsi, ingoiandolo fino alla radice. Riconobbi la voce del Deputato dell’Opposizione mentre mi scopava la gola. Ero incaprettata tra la Maggioranza e l’Opposizione. Un sandwich istituzionale. Lavoravo di gola e di bacino, ansimando, pensando ai contratti che avremmo firmato l’indomani, ma soprattutto godendo come una ninfomane impazzita per l’umiliazione. Mi tolsero la benda. La luce soffusa del salone mi accecò per un istante. Mi girai leggermente e vidi Marco. Era seduto su una poltrona di velluto, completamente nudo, paonazzo in viso, con gli occhi sgranati. Stava masturbandosi freneticamente, guardando la sua elegante moglie venire riempita e usata come un orinatoio pubblico da uomini potenti. Il suo sguardo era pura perversione. Mi slegarono i polsi. Libera di muovermi, divenni una belva. Iniziai a masturbare gli altri due deputati che aspettavano il loro turno. Ero il fulcro di un’orgia parlamentare. Pompavo, accarezzavo, spingevo il bacino all’indietro per accogliere le spinte del Sottosegretario, scambiandomi i loro cazzi dalla bocca alla vagina, in una giostra di fluidi e ansimi. Fui penetrata in doppia: uno nella figa e l’altro nel culo. Il piacere mi mandò in iperventilazione. Il trucco mi colava sugli occhi, i capelli erano un nido di sudore e disordine. Ero in trance. «Guardatela, sembra una scrofa all’ingrasso!» rideva uno di loro. «Falle vedere come si scopa la moglie di un fallito!» A un certo punto, mi fecero mettere a quattro zampe proprio davanti alla poltrona di Marco. I quattro uomini si disposero intorno al mio viso, i loro membri pulsanti vicinissimi ai miei occhi. Li pompavo a rotazione, passando da una cappella all’altra, guardando mio marito negli occhi mentre ingoiavo le loro essenze. Marco, non resistendo più allo spettacolo della mia totale depravazione, esplose, venendo sulla moquette. Quando i politici capirono di essere al limite, il Sottosegretario chiamò uno dei bodyguard. «Porta la Coppa dei Contratti.» Mi fecero inginocchiare. Uno di loro mi mise tra le mani una grande coppa d’argento. I quattro uomini si posizionarono sopra di me. Cominciarono a masturbarsi freneticamente, e poi, in una sequenza rapida, sborrarono. Schizzi di sperma caldo mi colpirono il viso, i seni, e la gran parte finì dentro la coppa. «Raccogli quello che hai in faccia e mettilo nel bicchiere, troia,» mi ordinò l’Onorevole. Ubbidii, raccogliendo il loro seme con le dita e mescolandolo nel recipiente. «E adesso, brinda al futuro della Giano Trasporti.» Sollevai la coppa d’argento. Senza la minima esitazione, portai il bordo metallico alle labbra e ingoiai quel cocktail viscoso e tiepido. Trattenni il liquido in bocca, aprendola per mostrare loro che avevo ubbidito, e poi deglutii vistosamente, leccandomi le labbra macchiate di sperma e rossetto sbavato. «Affare fatto,» dichiarò il Sottosegretario, soddisfatto. «Ma c’è un’ultima clausola.» Si rivolse ai due bodyguard senegalesi. «Ibrahim. Malik. Spaccatela.» I due giganti, che fino a quel momento erano rimasti impassibili, si spogliarono. Le loro dimensioni erano spaventose. Membri colossali, scuri, turgidi come mazze da baseball. Il terrore si mescolò a un’eccitazione febbrile. Mi posizionarono sul tappeto. Ibrahim mi si mise dietro, mentre Malik si inginocchiò davanti al mio viso. Quando Ibrahim spinse la sua cappella nel mio sfintere, pensai di svenire. Bruciava, allargava i miei tessuti oltre ogni limite biologico. «Dai… distruggimi…» ansimai, la voce roca. Ma fui interrotta dal membro di Malik, che mi invase la bocca, riempiendomi fino a mozzarmi il respiro. Mi cavalcarono con una potenza bruta, ritmica, inarrestabile. Era un livello di sottomissione completamente diverso. Sentivo i miei organi interni spostarsi ad ogni affondo di Ibrahim. «Riempiamo la signora bianca, eh?» rideva Malik, guardandomi spompinare il suo sesso massiccio. «Sì! Inondatemi! Riempite la troia!» gorgogliai, sputando fuori il membro per prendere fiato prima di reingoiarlo. Vennero contemporaneamente. Ibrahim mi riempì il colon con una quantità oscena di seme caldo, mentre Malik mi inondò la gola e il petto. Crollai sul tappeto, svuotata, dolorante e paralizzata da un orgasmo multiplo che mi faceva tremare i muscoli come foglie. Nel salone, il Sottosegretario e gli altri politici fecero partire un applauso lento e beffardo. Io, stesa sul pavimento, con l’inguine in fiamme e il viso lordo, sorrisi tra me e me. Ero la più grande puttana del Paese, pensai. Due settimane dopo, la Giano Trasporti vinse un appalto milionario in esclusiva regionale. Non abbiamo mai più avuto problemi in banca.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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