Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Tutti credono che il patinato universo dell’alta moda, quello delle copertine lucide, delle sfilate parigine e degli yacht ancorati in Costa Azzurra, sia un regno inaccessibile, governato dalla genetica e dai sacrifici. Qualche moralista da salotto vi dirà: “Ci sono ragazze che studiano, che fanno gavetta, che si mantengono integre”. Balle. Favole per anime candide. Tutte vogliono il cartellone pubblicitario in Piazza Duomo, e tutte, se messe alle strette, sono disposte a strisciare per ottenerlo. Lo so per certo. Il mio nome non ha importanza, ma il mio ruolo sì: sono l’Art Director di uno dei più potenti conglomerati del lusso in Europa. Sono l’uomo che decide chi indosserà l’abito da centomila euro e chi tornerà in provincia a servire spritz. Ne vedo decine ogni giorno, di queste ragazzine affamate, con gli occhi vuoti e l’ambizione che puzza di disperazione, disposte a barattare ogni briciolo di dignità per un pass d’accesso al paradiso. E io incasso. È il mio lavoro.
Ma lasciate che vi racconti di Sofia. A ripensarci oggi, con quello che le è successo, forse le avrei risparmiato qualche cicatrice. Forse.
La prima volta che la vidi, piangeva. Era accasciata sui gradini di marmo fuori dalla nostra agenzia di casting a Milano. Era vestita in un modo che urlava “provincia” da ogni cucitura: un tubino troppo stretto, calze velate di un colore sbagliato, tacchi dozzinali e un trucco pesante che si stava sciogliendo in rivoli neri sotto le lacrime. Una mignottella pretenziosa, pensai. Ma aveva un viso angelico, un contrasto disturbante con quell’involucro a buon mercato. E io non sono immune al fascino delle cose rotte. «Qualcosa non va?» le chiesi, fermandomi ad accendere una sigaretta. «Tutto a posto,» rispose lei, tirando su col naso con arroganza. «E allora perché frigni?» «Mi hanno appena scartata per la campagna autunnale.» Lo sapevo bene. Cercavamo volti nuovi per un brand internazionale, ragazze senza cervello ma con gambe infinite. Roba per manichini lobotomizzati. «Ti è andata male, eh?» Lei sbuffò. «Come sempre. Ho ventitré anni. Sono già vecchia per questo schifo di settore.» Pronunciò quel numero come se fosse una condanna a morte. Nel mondo della moda, a ventitré anni sei già sul viale del tramonto, roba da scartare. Le offrii un caffè. Al bar di fronte, dopo aver capito chi ero e quale fosse il mio potere, i suoi occhi cambiarono. L’arroganza sparì, sostituita da una fame predatrice. Le spiegai brutalmente come funzionava l’ambiente. Nessuno viene scelto per il talento. Esistono solo le “conoscenze”. «Puoi farmi avere quel contratto?» chiese, sporgendosi verso di me. «Forse. Ma sai come funziona. Cosa saresti disposta a fare per me?» Non fece una piega. «Divido un buco di appartamento con una studentessa, ma se vuoi prendiamo una stanza d’hotel.» Rimasi spiazzato dalla sua freddezza. Non era intelligente, ma aveva il cinismo di chi ha deciso di vendersi al miglior offerente. «Nessun hotel,» la gelai. «Verrai nel mio loft. Ma ti avverto, i miei gusti non contemplano il romanticismo. A me piace annientare le donne che mi scopano. E mi piace vederle sottomesse non solo a me, ma anche a chi dico io.» Lei alzò le spalle. «Va bene. Andiamo?»
Sofia mantenne la parola, ma la sua non era una sottomissione dettata dal desiderio. Era un freddo calcolo aziendale. Le faceva ribrezzo tutto ciò che le imponevo, dai pompini profondi fino ai conati, agli schiaffi che le arrossavano le guance, alle penetrazioni anali brutali e a secco. Odiava farsi trattare come un animale, ma lo faceva perché l’ambizione è una corda molto più resistente delle catene d’acciaio. Un pomeriggio le ordinai di mettersi a quattro zampe nuda sul tappeto. «Spalanca quella fogna che chiami bocca,» le intimai. Mi voltai, abbassai i pantaloni e le piazzai le natiche esattamente contro il viso. Le afferrai i capelli, premendole il naso contro il mio sfintere. Lei gemette, ma obbedì. Le sganciai un peto fragoroso dritto nel cavo orale. L’aria viziata rimbalzò tra il suo palato e le guance. Sofia indietreggiò, tossendo, cercando disperatamente aria, gli occhi pieni di disgusto. «Chi ti ha dato il permesso di spostarti, cagna?!» urlai, sferrandole uno schiaffo che la fece rovinare a terra. «Ti fai schifo? Pensi che nel mondo dello spettacolo non ti chiederanno di ingoiare merda peggiore della mia?! Credi che sfilare per Parigi sia roba da educande? Sei una nullità ignorante! Vali meno del fango sotto le scarpe di chi ha studiato per costruirsi una carriera vera!» Le premetti la pianta del piede sulla faccia, schiacciandola contro il parquet. Lei iniziò a frignare, un miagolio rotto e patetico. Sentii di aver esagerato. Non era cattiva, era solo una povera illusa intossicata dai sogni di gloria. «Smettila di piangere e ricomponiti,» le dissi, freddo. «Questo è solo il biglietto d’ingresso. Se non sei disposta a pagarlo, torna a fare la barista. Altrimenti, apri la bocca. Devo pisciare, e tu farai da orinatoio.» Le riversai un getto di urina calda dritto in gola. Lei, la futura stella delle passerelle, deglutì ogni goccia, serrando gli occhi per non vomitare.
Il nostro morboso accordo andò avanti per settimane. Le avevo fatto avere la parte per un servizio fotografico minore, tanto per tenerla al guinzaglio. L’avevo usata in ogni modo concepibile, riscrivendo i confini del degrado. La costringevo a mangiare gli avanzi della mia cena direttamente dal pavimento, senza usare le mani. Le infilavo il cazzo nel culo con una ferocia inaudita, sborrandole nelle viscere mentre lei piangeva per il bruciore, terrorizzata dall’idea di restare incinta nonostante le violenze fossero tutte rettali o orali. Ma la noia è il vero nemico dei predatori. Farsi leccare il culo stava diventando monotono. L’uccello iniziava a non rispondere più con la stessa ferocia di prima. Poi, un giovedì sera, arrivò Ginevra.
Ginevra era una mia vecchia amica, una curatrice d’arte aristocratica, gelida e spietata. Una donna di una cultura mostruosa e di una bellezza tagliente. Quando entrò nel mio loft e vide Sofia nuda, accucciata a terra come un cane da guardia, non fece una piega. Le spiegai che quella ragazzina era il mio nuovo giocattolo, un’aspirante modella disposta a tutto. Ginevra sorrise, un sorriso che faceva paura. Si avvicinò a Sofia. Indossava un paio di stivali di pelle nera col tacco a spillo. «Lurida zecca ignorante, vieni qui e lucidami gli stivali con la lingua,» ordinò, con una voce che trasudava nobiltà e disprezzo. Sofia gattonò verso di lei e iniziò a leccare il cuoio. «Fallo bene, sgualdrina. Le scarpe di Ginevra valgono più di tutta la tua inutile vita,» la incitai. Ginevra alzò una gamba e le piantò il tacco a spillo direttamente sulla nuca, schiacciandole la faccia contro la pelle della calzatura. «Hai sentito il padrone? Da oggi i padroni sono due. E io sono il tuo Dio. Io parlo quattro lingue, gestisco milioni di euro in opere d’arte, tu a malapena sai leggere un contratto. Sei spazzatura.» Vedere il contrasto tra l’eleganza intellettuale di Ginevra e la miseria di Sofia mi fece impazzire. Mi calai i pantaloni e infilai il cazzo nel culo della modella, stantuffandola brutalmente mentre lei era costretta a leccare l’inguine di Ginevra, che nel frattempo si era tolta la gonna e le mutande di seta. Dopo aver goduto, Ginevra decise di divertirsi sul serio. Obbligò Sofia a stendersi a pancia in su. Iniziò a camminarle addosso. Usava il corpo della ragazza come una pedana, schiacciandole i seni e l’addome con il peso dei talloni nudi. Sofia urlava dal dolore, pregando che si fermasse. Ginevra le sputò in faccia. «A questo serve la tua bocca. A raccogliere i nostri sputi e a stare zitta.»
Ma il sadismo di Ginevra non aveva limiti. Il giorno dopo tornò, portando con sé un telo di plastica trasparente che fece stendere a Sofia nel seminterrato insonorizzato del mio loft. «Oggi ti insegno qual è il tuo vero nutrimento,» annunciò Ginevra. Fece inginocchiare Sofia e si accovacciò sopra la sua testa. Le infilò un tacco a spillo tra le costole, facendola gemere di dolore. «Guarda bene il mio sedere, cagna. E preparati a ringraziarmi.» Ginevra evacuò. Un escremento solido, scuro, precipitò dritto sulla faccia di Sofia, centrandole la bocca e l’occhio destro. «Mangia, troia! Ingoia la merda di chi è biologicamente e socialmente superiore a te!» urlava Ginevra, tempestandola di calci nello stomaco ogni volta che Sofia cercava di sputare i pezzi di feci che le si rompevano tra i denti. La scena era raccapricciante. Io assistevo, con il cazzo duro, estasiato dalla crudeltà. Mi tirai fuori l’uccello e pisciai dritto sulla faccia di Sofia per “ammorbidirle il pasto”. La costringemmo a restare lì sotto, a ingoiare piscio e merda, finché non ebbe ripulito ogni cosa.
Il mese successivo, miracolosamente, Sofia ottenne il contratto. Sarebbe stata il volto della nuova campagna del nostro brand di punta. La sera della prima presentazione ufficiale, ci fu un party esclusivo in un hotel cinque stelle. Sofia era incantevole, fasciata in un abito da sera nero da diecimila euro, con una scollatura profonda. Sembrava una dea. La incrociai vicino al guardaroba. «Seguimi,» le dissi. La chiusi in una stanza buia adibita a magazzino. «In ginocchio.» «Ma… mi rovino il vestito…» «In ginocchio, ho detto. O pensi che il contratto sia per sempre? Lo sai quante “muse” spariscono in una stagione?» Lei si inginocchiò. Tirai fuori il cazzo e glielo sbattei in bocca. Vederla truccata da diva, con addosso abiti di alta sartoria, mentre mi pompava come una mignotta da tangenziale, era un’apoteosi. «Succhiami i coglioni, cagna. I ragazzini che vedranno le tue foto da domani non sapranno mai che la tua bocca puzza ancora della merda di Ginevra, eh?» Le venni in gola, spingendo fino a strozzarla. «Bevi. Tutto.»
Mentre lei tossiva, la porta si aprì. Era Ludovica. Una ex top model degli anni Novanta, ormai riciclata come “talent scout” e tenutaria di affari molto opachi per oligarchi e sceicchi. Ludovica guardò Sofia con un sorriso di disprezzo. «Ah, la nuova scoperta. Pulisciti la faccia, ragazzina. Ti porto a un after-party. Ti presento le persone che contano davvero.» Sentii puzza di bruciato. Le feste di Ludovica finivano sempre con chili di cocaina, yacht privati e stupri collettivi spacciati per “favori”. «Sofia, forse è meglio che te ne vai a casa,» le dissi, cercando di avvertirla senza sembrare troppo coinvolto. «Stai lontana dalla roba pesante.» Lei annuì, si sistemò il rossetto ed uscì seguendo Ludovica. Fu l’ultima volta che la vidi.
La campagna pubblicitaria durò un mese. Sofia non si presentò al secondo set fotografico. Sparì nel nulla, risucchiata da quel mondo dorato che tanto desiderava. Mesi dopo, ero a cena con Ginevra. «Ti ricordi la tua cagna? Quella che mi leccava gli stivali?» mi chiese, tagliando un pezzo di filetto. «Sofia?» «Sì. È finita in una clinica privata in Svizzera. Disintossicazione. Hanno fatto una retata in una villa sul lago di Como. C’era un giro di droga e escort d’alto bordo. Hanno beccato lei e la tua amica Ludovica.» Sentii un nodo allo stomaco. «Ti dispiace per quella nullità mangia-merda?» mi provocò Ginevra. «No. Per niente.» Non andai mai a cercarla. Cosa avrei potuto dirle? Il mio errore non era stato umiliarla, distruggerla psicologicamente o farle ingoiare i miei fluidi. Il mio errore era stato pagarle quel caffè, fuori dall’agenzia, illudendola di poter sopravvivere in un acquario di squali.
Ma in fondo, a me non importava. Nel nostro ambiente, la carne fresca non manca mai. E la vita, fortunatamente, va avanti.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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