Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’afa di questo pomeriggio è una cappa che schiaccia i pensieri, trasformandoli in immagini sfuocate e oscene. Sono distesa a pancia in giù, una rivista aperta davanti agli occhi, ma le parole scivolano via come gocce di sudore. Sento il lenzuolo ruvido sotto di me e, ogni volta che sposto il bacino, il mio monte di Venere preme contro il materasso, mandando scosse elettriche dritto al cervello. Sono fradicia. Le mutandine sono un velo inutile, intrise di un’umidità densa che testimonia quanto il mio corpo sia in rivolta.
Sandro è nell’altra stanza, lo sento armeggiare con il climatizzatore, sbuffando per il calore e il lavoro ostinato. Mi sono dovuta allontanare per non saltargli addosso, ma la distanza non serve a placare il battito furioso che sento tra le gambe. Vorrei essere presa, vorrei che qualcuno usasse violenza su questa voglia che mi sta consumando. Voglio sentirmi dominata, aperta, posseduta con quella cattiveria lucida che solo lui sa usare.
Non mi accorgo nemmeno di quando entra. Sento solo il suo calore che mi sovrasta, l’ombra della sua stazza che oscura la luce della finestra. Mi sono mossa troppo, ho ansimato troppo forte; il mio desiderio ha lasciato una scia che lui ha seguito come un predatore.
«Puttanella…» mormora, e la sua voce profonda mi fa contrarre l’utero. «Senti quanto sei gonfia. Senti come sei ridotta.»
Non cerco di scusarmi. Alzo il sedere, offrendogli il profilo della mia eccitazione, implorando silenziosamente un contatto. Sandro non perde tempo in preliminari gentili. Punta l’indice contro la mia apertura scivolosa e affonda. Entra come una lama rovente nel burro, e io emetto un verso strozzato mentre le mie pareti iniziano a pulsare disperatamente attorno a lui. Ma è solo l’inizio.
«Stasera te la apro per bene questa albicocca,» ringhia, spingendo il dito fino alla nocca. «Ti faccio urlare come non hai mai fatto.»
Mi afferra per i fianchi e mi gira con un movimento brusco. Ora sono a pancia in su, vulnerabile, con le gambe spalancate che tremano. Mi infila due dita e, con una forza che mi mozza il fiato, le divarica a forbice dentro di me. Sento i tessuti tendersi, la sensazione di essere colmata che si trasforma in una sfida fisica. Sandro prende un cuscino, me lo sbatte sotto i reni per inarcare il mio bacino e torna con il lubrificante.
«Adesso impariamo a contare. Apri e rilassati, brava.»
Uno. Il primo dito entra e inizia a stantuffare con un ritmo frenetico. Due. Lo raggiunge il secondo, aumentando la pressione. Mentre le dita lavorano con precisione chirurgica, sento le gocce gelide del lubrificante colare sul mio buchino, mentre il suo pollice inizia a martoriare il clitoride. Il piacere è un incendio.
«Sei pronta? Vedrai tra poco.»
Tre. Il terzo dito forza l’entrata, creando uno spazio che non pensavo potesse esistere. Sento la pelle tirare, un indolenzimento sordo che si mescola a una voluttà nerissima. Le tre dita si separano all’interno, stirando le mie pareti, dilatandomi con una metodicità che mi fa perdere il senso del tempo. Quattro. Quando entra anche il quarto, la sensazione di riempimento diventa totale, quasi dolorosa, ma è un dolore che mordo con i denti, un fastidio sublime che mi fa inarcare la schiena.
Sandro mi guarda con una luce feroce negli occhi, la bramosia pura di chi vuole prendersi tutto. «Io ci provo, solo perché sei un lago… Cerca di non contrarti, prendila tutta, dai.»
Il respiro mi si blocca in gola. Cinque. Sento la sua mano intera che preme, che forza la strada, che si incastra dentro di me in un’invasione definitiva. Sento le dita che si chiudono a pugno e poi si riaprono, conquistando ogni millimetro di profondità. È troppo, è magnifico, è porco oltre ogni limite. Il mio orgasmo esplode con una violenza che mi lascia stordita, un terremoto di contrazioni che avvolgono la sua mano prigioniera.
Resto lì, ansimando, mentre lui estrae la mano con estrema lentezza, godendosi il suono della carne che si richiude pigramente.
«Come prima volta, non male,» commenta lui, guardando la sua mano lucida dei miei umori.
Mi sento spalancata, indolenzita, marchiata. Una goduria unica che mi lascia solo una certezza: la prossima volta gli chiederò di andare ancora oltre.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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